SPAZIO SCRITTURA : DOPO L'ADDIO - Racconto di Carlo Capone


SPAZIO SCRITTURA : DOPO L'ADDIO - Racconto di Carlo Capone

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Amedeo Modigliani - Portrait of Jeanne Hébuterne (1898 -1920)Mamma è scivolata dal letto all'alba di ieri. Anche io, ma erano le sei di stamani. Don Saverio, il beccamorto del primo piano, ha bussato così forte da lasciarmi stordita: sogno o lancio di immondizia in cortile?
Se ti trovi in quel limbo di vita e di niente che è il dormiveglia ci può stare tutto. Voglio dire di prendere le busse a una porta per tonfo di sacchetto. A questo ho pensato al principio e perciò ho cambiato posizione, da lato finestra a verso all'ingresso. E qui mi ha preso l'altro schiaffo, una botta di palmo al gusto di scasso e condita di stizza per sonno affanculo...

Certo, se ti svegliano in quel modo dopo che tua madre ha bevuto il detersivo, e se a dare la notizia è un beccamorto, sfido Paperino a trovare di peggio. Don Saverio urlava e dava schiaffi - signurì, aprite! è morta mamma vostra - mentre io, intontita, cercavo di realizzare in ordine sparso: chi sono, dove sto e, risvolto non da meno, chi è questa madre?
Lui tutto questo lo ignorava. Con quel tonfo, e la serie dei successivi che mi ha spinta ad aprire, intendeva esternare il fritto misto dei suoi disappunti. A prescindere dal fine contingente. Le triglie le aveva servite a prima sera, all'atto di porgermi le chiavi al rientro dal mare. "Abbiamo preso la tintarella?", ha ridacchiato dall'uscio della cripta. Stamani, con quei colpi, ha spadellato gamberi calamari e pescetti, che secondo me consistono nell'essersi scassato le palle di domiciliare posta 'a chella scumbinata là ncoppa', di riceverne visita a orari strani per un uovo, un po' di prezzemolo o un dado di brodo, e soprattutto di fungere da ricettore dell'immondizia telefonica che perviene dai miei.
Questa volta la spazzatura puzzava di morte.
"Giesù", c'è rimasto, quando ho aperto. "Giesù", ha ridetto squadrandomi fino ai piedi. Ero stordita, l'ho detto, vuoi per i postumi da insolazione, vuoi per i tonfi alla porta e sia per le parole miste a quei colpi, graffianti come spine. Un confuso urtichio che stentavo a inquadrare: capriccio di veglia all'odore di monnezza o annuncio di morte al sapore di becchino?
"Ma voi dormite annuda?", ha chiesto don Saverio. E perciò, con lo sguardo tra il necroforo tirato dal letto e il maneggione di salme putrefatte, causa suo stupore, dicevo, ho dovuto convenire che sì, ero senza niente addosso, come deciso ieri sera per il caldo di questa soffitta e il disgusto - quello sì tutto mio - con il quale ho scagliato i panni per aria.
Ho aperto gli occhi, anzi uno solo, lasciando l'altro a guardia degli istinti, e preteso. "Può dirmi che cosa è successo?"
"Vestitevi", ha risposto, accennando agli stracci. Scomparso ogni tanfo di pesce. Ha solo detto 'vestitevi', a significare 'nun fa a' scema'. Una carezza affettiva nell'accingersi a spiegare.
Alle carezze, sia pure verbali, mi sento refrattaria. Riguardo alle spiegazioni ne ho rimosso l'urgenza, distratta dal groppo di rabbia e bruciore che montava tra le cosce. Ho detto 'momento', e sono corsa al semicupio, ponendomi a scavalco del vaso, col bacino a mezz'aria, e in tale postura riversato il mio succo. Che ho spremuto, torcendo la buccia a costo di urlare, il troppo che basti per lenire un dolore di tutt'altra natura: crescente, ossessivo, ancorché inebriante.
Ora, adesso che scrivo nella tana che fu mia - e che sento come estranea, come io a me stessa - solo adesso comprendo che i dottori una qualche ragione l'avranno avuta. Spremersi, spingendo a dirotto sino a farsi del male, zittirsi in quel modo per diluire una morte, e non darsi spiegazione se le vespe nella testa siano ebbre di gioia o di spasmi da lutto, sono certa, non è da normali. Specialmente se agli insetti, al ronzio maledetto, al dolore alle natiche a forza di urinare si sommano suoni, vocalizzi, fonemi che ritengo condensino nelle seguenti parole. "Ti sta bene, brutta troia".
"State bene signò?"
Le premure del becchino hanno fatto da eco, e per questo, specialmente per tale coincidenza, io non so se davvero ho pensato ciò che scrivo. In un colpo, un battito d'ali di vespa, ho rizzato le reni e sussurrato alla porta: "I vestiti". "Per piacere", ha osservato don Saverio. Ho sentito una serie di fruscii, concreti e polverosi, e poi zac, un braccio venoso mi ha porto canotta e pantaloni. Mutande e reggiseno essendomi estranei.
Il seguito, quanto accaduto dopo essermi coperta, è consistito nella sua presa d'atto di essere di fronte a un cristiano, un tronco animale provvisto di anima, nervi ed emozioni. Mi ha dunque notificato l'evento torcendosi in piroette del tipo 'guardate, ammagari non ho capito', oppure 'quando chiamano i vostri penso sempre a un errore di sbaglio del numero', e scordando di avermi già detto l'essenza del tutto vomitando alla porta ' è morta vostra madre!'.
"Volete che vi accompagno?", ha concluso a occhi bassi, in un empito di pietà alla formalina, ed esauriti i valzer di becchino al gran ballo di tutti gli schiattamorti.
Un lancio di sacchetto mi ha scossa all'azione
"Chiami un tassì", ho sussurrato.
"Sicuro che vi sentite?"
"Mai stata così bene".

Carlo Capone

(Nella foto: Amedeo Modigliani, Ritratto di Jeanne Hébuterne, 1918)



Pubblicato su Nazione Indiana [ 29 Aprile 2007]



I sentieri del cuore (Edizioni Montag) - copertinaPubblicato nell'Antologia "AA.VV. - I SENTIERI DEL CUORE'"
(Edizioni Montag, 2019)
Un’antologia costruita sul cuore e per il cuore. Un mosaico di sentimenti e passioni in grado di attraversare ogni genere letterario; autori capaci di tagliare col loro talento la rappresentazione di ogni pulsione umana: dall’amore alla violenza, dalla bontà al cinismo. Ma sempre con i piedi e la penna ben saldi sui sentieri del cuore.

Pagine: 232
ISBN: 978-88-96793-26-8

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EDITORIALE : La mia Fiera


EDITORIALE : La mia Fiera

Pubblicato da: Admin  /  Letture: 1565  
La mia Fiera è un lenzuolo che ondeggia sul Lingotto. C’è scritto dentro Fiat, era il novantanove. La mia Fiera è un Premio Nobel alto, rubizzo e ridente, che gira tra la folla come uno di noi. La mia Fiera è festa, la festa di una bella Italia, di folla in ressa per un libro invece che ai cancelli dello stadio, di bimbi in groppa a quel coyote di Ezekiele, di giovani abbracciati al sole.
Ma la mia Fiera è anche distillato di gioia, grappa purissima da maremoto in petto, quando prego mia moglie - io non ce la faccio - di spiare a quel certo stand kappa e numeretti. E perciò la mia Fiera è il viso suo in fiamme, mentre mi agita una copertina. La mia Fiera è ti voglio bene, perché sei la prima ad acquistare il mio libro e in quell’istante è l’intimità di una sera, quando aprì un pacchetto e cavò l’anellino di Abrami. Complici tanti anni fa come quel Maggio del duemila e quattro.
La Fiera del 2006 è desiderio un po’ ingenuo di incontrare uno scrittore, un uomo da cui mi separa diversa visione di vita ma sento di apprezzare. Non domandatemi il motivo, né crediate sia spinto da interessi: benché io scriva non ci andrei mai per l’immancabile manoscritto dei miei stivali. Dunque, arrivo al suo presidio, chiedo di lui e mi sento dire “stava qui, ma dove è andato? Aspetti, eccolo: Giulio, c’è uno che ti cerca”...

Giulio Mozzi te lo immagini severo, perduto dentro i suoi teoremi, con l’aria sussiegosa da signore di lettere e management editoriale. Invece è un po’ folletto, gli occhi vivaci semichiusi, le bretelle in vista e i capelli arruffati. Mi ha ricordato uno della combriccola di Il Maestro e Margherita, ma nel suo caso, invero, la resa è di accattivante diavolaccio che si fa il segno con l’acqua consacrata.
Mi presento, aggrotta appena, mi sorride: “eccolo il grande assente della banda Braga”. Ossignùr, mi dico io, mi ha preso al mento. “L’hai comprato il suo libro?”, incalza. “Venuto anche per questo, certo”. Va all’esposizione e me lo mostra: “paura di perdere la faccia, eh?”
Uno scrittore o spiazza o non è tale, Giulio Mozzi ha avuto un amen a disposizione per ribadire la tesi. “Ma no - gli faccio, sotto il colpo - “a stento ne ho una e manco sono certo”. No contest, dai, dico a me stesso barando sul verdetto. “Ora però fammi vedere i libri”, e gli consegno i guantoni. Pronti! E’ già sopra al suo orto di primizie.
E insomma, io sono un bibliofago, lui un diavolo di scrittore, artefice di sorti e abile venditore. Si vede, lo si capisce a un miglio che a Giulio Mozzi piace da matti vendere. Però attenti, non mostra, o almeno dissimula con perizia, quell’ansia levantina di piazzare. C’è piuttosto il candore di quando da bambini si giocava a vendere questo e quello, e Giulio Mozzi ti vende la sua anima fanciullina. Quando siamo al terzo acquisto, e mia moglie ci osserva come mamma i suoi bimbetti, e io indico a Giulio una copertina rossa infiammandomi su ‘questo qui, Giulio, è davvero speciale’, e lui si dà una pacca in fronte e sorride beato, confessando che ‘mi sono divertito un mondo, hai visto l’ambaradàn che ha messo in piedi?’, quando insomma la Fiera è svanita e ci siamo solo io, Mozzi e la comune dannazione, e ci intendiamo malgrado la radiazione di fondo del Lingotto, mi ricordo di presentargli mia moglie. “E’ un grande – lo indico tra goccette di bava – con Voltolini scrive i racconti migliori. A proposito, ma il Dario si è fatto una pera prima di Bandiere?” Allora Giulio Mozzi cava il coniglio e le fa omaggio di Sotto i cieli di Italia. “Ce lo trovi, abbiamo fatto una miscellanea”, dice tutto felice. Ed io allora, al colmo di estasi lecchina, aulicamente declamo: “Costui è un centauro, scrive e sa di costi fissi diretti”. “Centauro?”, fa Giulio Mozzi che, rammento, è lì per vendere, “allora prendi questo”, e mi molla Tecnologie affettive, di Maurizio Torchio. “Che ci azzecca?”. “Centauri, no? Leggilo e vedrai”. E siamo a quattro. Il resto l’ha prodotto Vibrisse, meglio, Bartolomeo Di Monaco con la lettura di Magliani. Però quel giorno, saranno stati la Fiera, le Tecnologie Affettive e Giulio Mozzi, il nome di Marino non mi esce. ‘Il ligure, dammi anche lui’, gli faccio, e Giulio Mozzi lo issa come un pescatore il suo pesce fresco.
E’ un pescatore, Giulio Mozzi? Di talenti direi che sì. È un venditore? Della sua anima fanciulla certamente. È un manager, Mozzi Giulio? Questo non saprei ma credo che l’impresa lo intrighi più di tutto. Ciò su cui metto mano è quel suo candore, la capacità intatta di stupirsi quando mia moglie chiede ‘posso fotografarvi tutti e due insieme?’, e Giulio Mozzi non capisce, ha un’espressione a significare ‘E chi sono, Brad Pitt?’. Ci pensa un niente, annuisce e avverte ‘aspettami che esco’: ecco il centauro spuntare allo scoperto. “Pronti? - si impettisce a bella posta - eh no, l’acconciatura!”. Si ravviva i capelli, mi pone il braccio sulla spalla e mentre scocca il lampo la gente guarda e pensa: “Azz! Grandi personaggi qui alla Fiera”.

Carlo Capone



Pubblicato su vibrissebollettino il 10.05.06


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EDITORIALE : TROPICO DI ISCHIA


EDITORIALE : TROPICO DI ISCHIA

Pubblicato da: Admin  /  Letture: 2113  
L'hanno distrutta quell'isola. Nei 50 era un’oasi tropicale in mezzo al mare. L'acqua di Punta Molino lambiva i pini e a San Montano c'eri tu, il mare e il Padreterno. Angelo Rizzoli veniva a Lacco con industriali, principi e puttane, ma l'ospedale - l'unico di Ischia: oggi ci entri e non sai se esci - l'ha costruito lui. Aveva dei progetti, il Rizzoli, se i napoletani e Gava non li avessero crepati. Ma a proposito di vivere e crepare, a Porto c'è un pronto soccorso ostetrico. Mi sono ignote le tecniche praticate. Io ci andai per un tappo all'orecchio, non sapevano cosa fosse un padiglione...

Quando la prima volta misi piede a Ischia ebbi l'emicrania, vuoi per la vampa che ti piglia appena sbarchi, forse per l'aria radioattiva, e magari per l'atmosfera di eccitazione. C'era una triremi romana, giù al porto: stanno girando Cleopatra, ammiccò un tizio.
La chiamano l'isola delle donne, e a ragione. Perchè le donne di Ischia, dico le ‘forastiere’, sono diverse. Arrivano slavate, le carni stanche sotto i parei leggeri, ma quando l'aria e il sole infondono malia - vero elemento bacchico in luogo di ogni vino - si fanno radioattive, due lampi audaci come occhi, i corpi inseminati dal vulcano.
La sera, erano i primi sessanta, andavamo a spiare dal muretto del Rancio Fellone, un dancing sotto i pini dove cantavano Di Capri e Baby Gate. La Baby Gate mi eccitava, invece di cantare si sbatteva e urlava. Era sgraziata, irridente, sembrava dicesse a noi ragazzi 'fai schifo, non ce l'hai'. E perciò facevamo notte ad aspettare, ma più di Peppino di Capri non usciva. Va a capire la signora Mina, all'epoca Baby Gate, chi se la pigliava.
Vennero i settanta, gli ischitani affittavano pure l’aria. Ogni buco, stanza o letto andava bene. Avevo una ragazza a via Mazzella, e la paura di perderla e i pochi soldi in tasca mi cacciarono a un albergaccio dove dormivo con altri sei. La notte l'interruttore si inceppava, ansimavi al buio tra un intrico di nudi - a Ischia l'estate non si respira, perciò ti affittano anche l’aria - fino a gettarti sfatto. Caldo, afa, puzza di piedi e crema solare. La mattina ti lavavi a mare, stabilimento Medusa, a imbucarmi ci pensava la ragazza.
Venne qualche soldo e scoprii Cleopatra, una scaltra matrona con un porro in faccia. Teneva pensione a Via Variopinto, posto tranquillo. Cleopatra appena entravi ti squadrava: ‘credo di no, ripassa'. Allora mostravi i soldi - meglio: nominavi la persona che ti mandava - e finalmente ecco il posto. Te lo dava al piano terra, nel cortile dove si serviva colazione e sul quale davano le cucine. La mattina sveglia all’alba, tra fracasso di cristiani e stoviglie. Ma il problema era la notte. Si entrava in camera da una porta finestra sul cortile. E se ci andavi per fare all'amore, essendo Cleopatra cattolica osservante dovevi sgusciare. Un bagno turco: insieme alle persiane andavano serrate le ante del balcone: se la vecchia sentiva ti cacciava.
Afa, corpi bagnati e in eccitazione. Per foga radioattiva e timor di Cleopatra.
Si mangiava male a Ischia Porto. Alle pizzerie, dove per sederti ci voleva il benestare di Gava, davano una pizza senza gusto. Vicino alla piazzetta ce n’era uno famoso, sfornava calzoni fritti con ricotta. Un’impresa però sedersi. E se anche: mangia, fai presto e fuori dalle palle. Quante notti a Ischia al gabinetto. Se potevi pagare avevi ovviamente il ben di cristo: a Porto, nei locali sulla riva destra, a Campagnano, Forio, Sant'Angelo, Casamicciola, Barano (dove si favoleggiava del coniglio alla cacciatora), i locali costosi si sprecavano. L'unico a fare un ripieno come si deve, a poco prezzo, era Leopoldo a Panza, sopra Forio. Ma come andarci? ci voleva la macchina, e senza raccomandazione o mazzette non la portavi, a Ischia. Meglio, ne sbarcavi tre se tenevi villa, eri un primario di lussuose cliniche napoletane, o un notaio, un commerciante o un avvocato - che difendesse Pandico e o' Animatone: niente Enzo Tortora, per amor di dio. Una sera tardi andai con un amico in quella pasticceria - bar - rosticceria di Porto, una costruzione moresca tra piante, pini e macchie. Ci mancava solo Eva, ma quella volta incontrai Caino. L'amico ordina un panino con hamburger, io supplì e frittatina. Si soffoca, l'aria trasuda acqua. Ci sediamo. La birra!, impreca il mio amico, me la sono scordata. Si alza e nell'andare addenta. Non ho mai visto in vita mia un cristiano sputare di disgusto, con una rabbia e insieme la paura di ingoiare come allora. Quel getto di materia m'è rimasto impresso. L'amico torna indietro e dice: è rancido, credo ci stanno i vermi.
Basta, a Ischia non ci torno. Ma l'isola, l'isola radioattiva delle donne, dell'amore infuso nell'aria di agosto, ce l'ho nel sangue. Passano gli anni, siamo a metà ottanta, e convinco mia moglie: "Ti porto a san Montano, la baia dove la rena è fine e l'acqua di cristallo".A lei Ischia non piace, sempre andata a Ravello.
Quel giorno a San Montano il sole è bravo e l'acqua ti carezza. Poca gente, direi settentrionali, e qualche brutta faccia, ma che m’importa. Adesso vedi. Di tali facce l'ombrellone vicino ospita una collezione. Sono i nuovi padroni, vengono da Forcella e affittano a 10 milioni al mese. E gli ischitani? chi se ne fotte, io non guardo e intasco. A pomeriggio, quando il sole è sceso e la brezza increspa l’acqua, l'ombrellone vicino si anima, richiama una genìa di oranghi, discesi dalle piante . Osservo, mia moglie sbuffa e mi dà di gomito. Le donne dalle carni rosse e straripanti portano catene in oro, gesticolano per dare mostra di bracciali e anelli. Gli uomini - due o tre, il grosso è a Napoli per lavoro - appaiono dimessi, hanno tutta l'aria di vigilantes. Spiccano al loro polso Rolex massicci. A un tratto la vaiassa capogruppo brandisce una bottiglia di Moet & Chandon, la stappa e tra urla in lingua beluina ne orienta lo spruzzo. Quando il liquido spumeggia se ne bagna le dita e umetta guance, collo e seni. ‘A chi ce vo’ male, tiè, tiè!’, e fa le corna. Poi passa la bottiglia alle altre che ripetono l'operazione votiva. Intorno il vuoto, scappati tutti. Mia moglie dice 'andiamo'. Soltanto questo.
Da quando ho preso la cittadinanza padana sono tornato a Ischia una sola volta, primi duemila. Siamo stati ai giardini di Poseidon, dove l'acqua fuma nei canali. Ho nuotato nelle piscine in fiore del Castiglione. Ho guardato Carta Romana da Campagnano durante la processione a mare di Sant'Anna. Sono tornato alla pineta di Fiaiano. Ho bevuto alle fontanelle di Serrara, dove una amica si bagnava per farsi fertile. Ho ascoltato, disteso sull'arenile di Sant'Angelo, la musica di un pianista nella sera, e ho pure mangiato, senza sentirmi male. E ho passato i Pilastri, percorso la stradina che porta alla terrazza sui Maronti. Il giorno dopo, prima di partire, al tramonto ho guidato libero perché straniero, e ho atteso San Michele fiammeggiare.
E' cambiato tutto, così mi è parso. L'impressione è che sia finita una guerra. La mia.

Carlo Capone




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SPAZIO SCRITTURA : SINUN CAPUDAN PASCIA' - Racconto di Claudio Bianchi


SPAZIO SCRITTURA : SINUN CAPUDAN PASCIA' - Racconto di Claudio Bianchi

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"Issate le vele!"
Il vento impetuoso che aveva preso a sibilare da nord ovest aveva convinto il comandante del galeone a lanciare il suo ordine imperioso.
La voce stentorea del nobile Contarini fece scattare i marinai veneziani, e frate Gianni li vide correre sui ponti come formiche impazzite. Si muovevano con sicurezza manovrando argani e gomene, e nel tempo di un sospiro la nave assunse l'aspetto di un fantastico uccello dotato di ali bianche e poderose che la spingevano decisa verso il mare d'oriente...

Frate Gianni si teneva aggrappato all'albero maestro provando un senso di vuoto che gli sconvolgeva l'intestino, e in quella posizione, così poco onorevole per il ruolo che ricopriva, osservava incredulo e stupefatto quegli uomini che si agitavano frenetici passandosi la voce e ridevano del suo malanno bestemmiando come turchi.
"Sono le loro bestemmie che mi fanno vomitare l'anima" pensò frate Gianni facendosi il segno della croce, e rivolse gli occhi al cielo per chiedere perdono della bugia che sapeva di aver detto in quel preciso istante.
Povero frate Gianni: quanto soffriva il mal di mare, ma per orgoglio non lo avrebbe riconosciuto mai, neppure verso se stesso.
Il giovane frate aveva il suo monastero assai lontano da quel mare ondoso e tormentato che si muoveva continuamente senza fermarsi mai; proveniva dal convento dei francescani di Melegnano, dov'era entrato nel 1530 per fede107 sincera e sua propria convinzione, all'età di dieci anni.
Lo stesso anno in cui il duca Francesco Secondo Sforza fu nuovamente investito dagli spagnoli del dominio della città di Milano che includeva il borgo di Melegnano e tutte le terre intorno, sino a includere Lodi, e toccare i margini di Piacenza.
Come tutti i confratelli della sua regola, frate Gianni aveva trascorso un lungo periodo per imparare l'osservanza e adempiere con fervore alle norme dell'obbedienza: si levava col canto del gallo, riassettava la cella, serviva i fratelli al refettorio, e il priore lo aveva destinato al coro poiché era dotato di assai gradevole voce. Al termine della funzione religiosa usciva a caritare, e si poneva ai margini del ponte sul fiume Lambro, dov'erano frequenti i passaggi dei villani e dei signori.
Per i bisogni del piccolo convento, si mostravano più generosi i primi piuttosto che i secondi.

Ancora oggi non saprebbe dire se fu fortuna oppure disgrazia il suo incontro col marchese Gian Giacomo Medici. Frate Gianni stava al suo posto d'elemosina sotto una pioggia scrosciante che gli aveva inzuppato il saio, con i sandali immersi nel fango, e il cappuccio calato sulla testa.
Il capitano, che su quelle terre riscuoteva le gabelle, gli arrivò accanto ritto sul suo destriero, e gli tolse il copricapo dicendo che un sant'uomo non può morire annegato. Quando si accorse che si trattava di un ragazzo scoppiò in una grande risata, lo afferrò per il bavero, e sollevandolo di peso, lo pose a cavalcioni del suo stallone mentre i soldati che stavano intorno ridevano col loro condottiero.
Gian Giacomo Medici prese in simpatia il giovane frate, e chiese al suo convento che da quel giorno venisse delegato a recarsi ogni meriggio al castello di Melegnano per recitare il rosario con le dame di corte. La sua candida età e l'appartenenza al clero, davano garanzia di saldezza morale verso le donne e le nobili fanciulle; e inoltre frate Gianni, al termine delle preghiere e accompagnato dal clavicembalo, poteva cantare le lodi al Signore con la sua voce armoniosa.
Fu in una di queste occasioni che lo ascoltò il nobile Contarini, amico del marchese, e anch'egli lo considerò adatto al progetto di un suo stretto parente, che di lì a qualche tempo sarebbe salpato da Venezia con una squadra di galeoni, per contrastare le flotte dei turchi che infestavano il mare.
"Alessandro vuole sulla sua nave un uomo di fede107, che nel caso sappia pugnare contro gli infede107li"

Così disse Contarini al marchese Gian Giacomo Medici, e quasi un anno più tardi, frate Gianni lasciò il convento di Melegnano per imbarcarsi sopra un galeone, e navigò sul mare che fino ad allora aveva visto soltanto dipinto, e neppure immaginava che potesse essere così immensamente grande. Era l'anno 1538 e la flotta di sei navi, armate di spingarde e di cannoni, veleggiò verso il Peloponneso, comandata dalla migliore nobiltà veneziana: Francesco Pasqualigo, Andrea Doria, Marco Grimani e Alessandro Contarini. Su quelle navi, frate Gianni, aveva l'incarico di far rispettare la liturgia cristiana.

Il fraticello ripercorreva la sua storia ogni volta che le onde in movimento lo costringevano a rivoltare lo stomaco, ma ora il mare si era fatto finalmente tranquillo, e liscio come olio, e lui se ne stava sul ponte di bordo a rimirare il meraviglioso colore del cielo, e immaginava il Signore seduto tra le nuvole in compagnia degli angeli e dei santi, tra i quali, certamente, non mancavano frati francescani.
Il suo era il primo galeone e gli altri seguivano a distanza. Guardava approssimarsi le coste dell'isola di Santa Maura e sorrideva felice; navigavano da quasi un mese e mai avevano incontrato imbarcazioni nemiche: "Hanno paura di noi, dicevano i marinai, e si tengono a debita distanza." D'improvviso notò una fila di navi, più piccole delle loro, che uscivano minacciose dal golfo di Arta.
"Allarmi! Allarmi!" gridò la vedetta dalla sua postazione. "Navi a tribordo!"
Un brigantino, veloce come una saetta, si pose di fianco alla nave veneziana, e frate Gianni vedeva arrivare i marinai nemici appesi alle gomene con sciabole e pugnali stretti fra i denti. Si scatenò una battaglia cruenta, con gli uni e gli altri che combattevano corpo a corpo menandosi poderosi fendenti.
D'un tratto il frate si sentì afferrare per la vita, e volò in senso opposto al suo galeone, abbracciato a un marinaio turco che lo depositò sul brigantino, che subito ripartì allontanandosi dal conflitto.
Quando furono nascosti tra le insenature del golfo, tutti gli uomini gli si fecero addosso e lo guardavano curiosi, toccando la tonaca di panno ruvido. Avevano occhi neri come la brace, grandi baffi, lunghe barbe e lunghi capelli, e tra la profusione di peli ombrosi, spuntavano file di denti bianchi e luminosi. Frate Gianni provava un senso di paura e farfugliava giaculatorie per darsi coraggio, e pregò Dio e i suoi rapitori che gli fosse fatta salva la vita.
Il capo dei corsari gli fece intendere che voleva che si togliesse la tonaca e frate Gianni tremò come una foglia al pensiero di quello che sarebbe potuto succedere, ma quando fu nudo nessuno lo toccò neppure con un dito, e il capitano cercò nell'abito talare se vi fossero nascoste armi. Accertato che fosse disarmato, gli restituì la tonaca e pure il breviario, e frate Gianni spiegò che quella era la sua arma, e si mise a leggere dei salmi. Uno ad uno i marinai si sedettero intorno ad ascoltare, e lui cantò per loro le lodi del Signore.
Navigò con loro verso il mare di Creta e risalì il mar di Levante sino al golfo di Adalia. Durante quel lungo periodo, frate Gianni imparò qualche frase della loro lingua, conobbe le tradizioni della gente ottomana, e i marinai lo vollero ribattezzare con un nome del loro paese, così lo chiamarono Sinun Capudan Pascià.
Arrivò il momento che si dovettero lasciare e il frate, che sentiva nostalgia del suo convento, sarebbe volentieri ritornato al paese, ma poiché non conosceva né strade né luoghi, si avviò verso est, dalla parte opposto rispetto a quella che avrebbe dovuto seguire.
La gente che incontrava gli dava volentieri qualcosa da mangiare e qualche moneta per le sue necessità, e spesso gli fu offerta ospitalità per la notte. In questo modo pensò che ben poco era cambiato: in sostanza continuava a caritare, recitava le preghiere, leggeva il breviario e quasi tutte le domeniche cantava nelle piazze dei villaggi, anziché al castello del marchese.
In una di queste piazze frate Gianni, divenuto Sinun Capudan Pascià, incontrò un muezzin che conosceva il latino e questi gli spiegò che non lontano da quelle contrade esisteva un luogo di cristiani, con chiese scavate nella roccia, e monasteri, e dipinti che raffiguravano l'Ultima Cena con Gesù e i dodici Apostoli, e S. Giorgio che trafigge il drago.
"Io voglio arrivare tra le montagne di Cappadocia e resterò in cima a una vetta per meditare."
Questo gli disse il muezzin Mamadou Diouf, e Sinun Capudan Pascià gli chiese allora di potersi unire alla sua peregrinazione.
Arrivarono insieme nel vallone di Goreme e frate Gianni rimase colpito dalla bellezza dei luoghi, e pianse quando scoprì, all'interno di una chiesa, una serie di affreschi che riproducevano la Natività, il battesimo di Gesù e la resurrezione di Lazzaro.
Si stabilì poco distante dal monastero Elmali Kilise (la chiesa della Mela), e iniziò la predicazione dall'alto di un cucuzzolo che aveva la forma di un fungo gigantesco. Poco distante il muezzin cantava le sue cantilene e al termine di quelle, frate Gianni cantava le lodi al Signore.
Tra la gente del posto corse presto la voce che tra le montagne di Goreme vivevano due uomini santi che predicavano la loro religione. Dai villaggi vicini cominciarono ad arrivare persone che dei due preti ascoltavano rapiti la predicazione, e soprattutto s'incantavano per le melodie di Sinun Capudan Pascià.
Le mamme portavano dall'uno o dall'altro i loro pargoli, e i malati volevano farsi benedire, e così avvenne qualche miracolosa guarigione; e più spesso del corpo guarivano le anime. Quando il caso si presentava particolarmente difficile, i due religiosi si consultavano tra loro per fare meglio ciò che già facevano bene, e perché tra loro non c'era gelosia e tantomeno malevolenza.
La loro fama raggiunse zone davvero lontanissime, superò il mare e scavalcò le montagne.

Erano passati 25 anni da quando frate Gianni si era imbarcato, e nel gennaio del 1563 Papa Pio IV aveva emesso una bolla pontificia che concedeva alla Diocesi di Melegnano l'indulgenza del Perdono.
Qualcuno segnalò al Papa l'esistenza in terra di Turchia di quel suo lontano concittadino, il Santo Padre inviò un messo che incontrò Sinun Capudan Pascià e lo convinse a ritornare. Quello che molto gli diede dispiacere fu che Mamadou Diouf non lo volle seguire malgrado le sue insistenze
Il venerdì della Pasqua 1563, Sinun Capudan Pascià tornò ad essere soltanto frate Gianni e condusse la prima grande processione della festa del Perdono della città di Melegnano.


Claudio Bianchi




Claudio Bianchi - Icaro nella menteClaudio Bianchi ha pubblicato:
ICARO NELLA MENTE
PeQuod, 2005

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Parliamo di radicchio!


Parliamo di radicchio!

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Un altro esempio dell'inventiva dell'UOMO e' il radicchio di Treviso, un dono estremo della terra che, quando l'autunno cede all'inverno, sbuffa di umori prorompenti conferendo a quest 'ortaggio colore e consistenza impareggiabili.
Il rosso allora splende fino a riflessi dorati che si ergono sulle carnose coste d'alabastro.
Il nome botanico della specie spontanea della cicoria, o radicchio rosso trevigiano, è "Cichorium Intubus" (a chi lo deve mangiare puo' interessare poco).
L’utilizzazione da parte dell’uomo della specie spontanea risale alla notte dei tempi. Plinio il Vecchio (23-79 a. C.), nel Naturalis Historia, citava la lattuga veneta sottolineando le sue qualità depurative. In antichità veniva usato come medicamento, specialmente per curare l’insonnia.
I caratteri della specie ancestrale si modificarono nei secoli a causa dell’ adattamento ambientale, per ibridazioni naturali e per selezioni, sino a giungere al prodotto di oggi, il radicchio rosso della Marca Trevigiana. Qui solo esistono le condizioni ideali per la sua produzione. La coltivazione del radicchio rosso è stata tentata, senza successo, e già dal secolo scorso, in varie parti d’Italia e d’ Europa.

La prima Mostra annuale del radicchio rosso trevigiano, che si tiene ancora oggi nella Loggia del Palazzo dei Trecento, risale al 19/12/1899. Da questa data, l’ Associazione Agraria Trevigiana iniziava una serie di mercati annuali a premio, verso la metà del mese di dicembre, allo scopo di pubblicizzare le tecniche di imbiancamento.
La presenza di coltivazioni di radicchio rosso si inizia a individuare circa una ventina d’anni dopo, in una zona molto ristretta fra Preganziol e Dosson.
Si fa risalire a Francesco Van den Borre botanico, specializzato nell’allestire parchi e giardini, fra il 1860 e il 1870, la sperimentazione su coltivazioni di cicorie locali , le tecniche di imbiancamento , da tempo usate per le cicorie belghe.

La coltivazione del radicchio rosso di Treviso detto anche "Spadone Trevigiano", non è difficoltosa, per questo è necessario un terreno prevalentemente argilloso.
Il radicchio di Treviso esiste sul mercato in due qualità: la varietà precoce e la varietà tardiva.
La varietà precoce è in vendita già alla fine di settembre, ha grossi cespi allungati, con foglie rosse larghe e una lunga costola centrale bianca.
La varietà tardiva, il "classico spadone trevigiano", si trova dalla metà di novembre, è più fragrante e gustosa. Ha cespi formati da germogli compatti e uniformi, le foglie strette e la costola dorsale completamente bianca.
Le foglie dello Spadone sono tenere e croccanti, dolci e amarognole, si può mangiare crudo, in insalata, o cotto, ai ferri, fritto, stufato, nei risotti ecc.
Esiste anche un terzo tipo di radicchio quello di Castelfranco che ha forma diversa , un rosone con foglie variegate.


radicchio precoceradicchio tardivo
Radicchio precoceRadicchio tardivo


RISOTTO AL RADICCHIO

*Ingredienti per 4 persone:*

riso 350 gr, Radicchio Rosso di Treviso tipo tardivo un cespo, cipolla, aglio, burro, olio, parmigiano, vino bianco, pepe bianco, brodo vegetale un litro ca.

* Preparazione:*

Lavare le foglie e tagliarle a striscioline (Julienne) o a dadini a vs. piacere, rosolare due terzi del radicchio in un soffritto di cipolla, aglio vestito, olio e burro. Sfumare con mezzo bicchiere di vino bianco. Aggiungere il riso e poi, poco per volta, del brodo bollente. A quattro- cinque minuti alla cottura , mantecare con una grossa noce di burro , abbondantissimo parmigiano e aggiungere il rimanente radicchio. A fine cottura aggiungere una macinata di pepe bianco.
In alternativa al parmigiano, potete mantecare con taleggio.
Un'ulteriore variante potrebbe essere sfumare con aceto balsamico invece del vino, sta ai vostri gusti e alla voglia di sperimentare.

Vino consigliato: Prosecco di Valdobbiadene, o Chardonnay.


CARPACCINO AL RADICCHIO

*Ingredienti per 4 persone:*

Tre fettine di fesa di manzo tagliate sottili, radicchio 1/2 cespo ca., formaggio Montasio a fette quanto basta, sale, pepe, olio extra vergine d'oliva, succo di due limoni.

* Preparazione:*

Mondare e tagliare a Julienne il radicchio, battete la carne fino ad ottenere un strato di 3mm ( attenzione a non romperla), disponete sulla carne le fettine di formaggio, il radicchio, sale e pepe, avvolgete il tutto molto stretto e ricopritelo con pellicola.
Ponete il tutto in congelatore per 12 ore almeno.
Mezz'ora prima di servire togliete il rotolo dal frigorifero, levate la pellicola e tagliate a ruote sottili, con un coltello affilato o con l'affettatrice. Condite con una citronette che avete preparato con limone,olio, sale e pepe (nella citronette potreste mettere, se vi piace come aroma, della foglie di rosmarino o menta).

Vino consigliato: Si accompagna sempre con Prosecco di Valdobbiadene, o Chardonnay.




Salvo De Rocas



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PILLOLE... : PER UN'ALTRA INFORMAZIONE


PILLOLE... : PER UN'ALTRA INFORMAZIONE

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Prodi - BerlusconiOrmai ci siamo. Pochi giorni e potremo dire di esserci finalmente lasciati alle spalle quest’infinita campagna elettorale.

Da quant’è che va avanti? Difficile dirlo, impossibile trovare dei confini temporali definiti. Più di un annetto fa, alcuni, per portarsi avanti col lavoro avevano iniziato con lo snocciolare cifre su cifre sull’operato del Buon Governo – un tempo nemmeno troppo lontano si chiamava così la coalizione facente capo all’attuale premier uscente; faremmo bene a non dimenticarcelo: la sfacciataggine di certa gente non conosce limiti… – investendo di un oceano di dati gli italiani affinché venissero a conoscenza di tutte le cose realizzate dall’esecutivo nel corso della legislatura che sta ora volgendo al termine. Come se gli italiani fossero così babbei da non rendersene conto; come se non vivessero sulla propria pelle, giorno per giorno, il fallimento della totalità politiche governative; come se avessero bisogno di saltuarie intromissioni pedagogico-informative per comprendere che «abbiamo lavorato, stiamo lavorando e siamo sicuri lavoreremo ancora in futuro per voi».Qualcuno, ne siamo certi, avrà fatto gli scongiuri. E non ci riferiamo a corna in foto di gruppo...

Col passare delle settimane e dell’approssimarsi del 9 aprile, hanno poi parlato di “Operazione Verità”. «Gli italiani non possono non sapere che sono stati aperti 34 cantieri delle grandi opere,» - e quanti di questi portati a termine? - «che abbiamo diminuito le tasse» - sì? E com’è che è aumentata la benzina? E le sigarette? E le marche da bollo? Com’è che, se un cristiano qualunque deve presentare una domanda qualsiasi, deve anche accollarsi l’acclusione di una marca da bollo sempre più cara? - «che abbiamo rispettato tutti i punti del Contratto con gli Italiani» - come se in Italia non ci fosse un solo anziano che sia uno che non si sia visto aumentare la pensione fino a un milione delle vecchie lire… Vogliamo parlare di scuola? Di università? Della riforma che è stata fatta in merito? Di quella riforma contro la quale pochi mesi fa – come nemmeno durante la contestazione degli anni sessanta – sono scese in piazza tutte le anime del settore accademico (dai rettori agli studenti, passando per ricercatori e precari vari)? Oppure vogliamo parlare di economia? Di quella italiana a crescita zero a dispetto di quelle a crescita 2% oppure 3% degli altri paesi trainanti l’Unione Europea? «Abbiamo avuto l’11 settembre…» E perché loro no? Dov’erano nel 2001 per non venire intaccati dalla recessione? Su un altro pianeta? In un’altra epoca?

Non tireremo in ballo leggi ad personam, conflitti di interessi e comprovate incapacità manageriali che hanno trovato ampia documentazione in un panorama informativo nazionale (ahimé di nicchia) e internazionale (fortunatamente a livello mainstream). Nondimeno, ciò su cui è importante focalizzare oggi l’attenzione è proprio l’informazione; quella stessa informazione che nel nostro paese vive costretta in una parabola imbarazzante al confronto, ad esempio, dei paesi anglosassoni e scandinavi; quella stessa informazione per la quale la guerra nella ex Jugoslavia e in Afghanistan è terminata da un pezzo, mentre in molte zone dell’Africa centrale non è mai esistita; quella stessa informazione che nega che l’esistenza di una guerra civile in Iraq e che di guerre, al mondo, non ve ne sono altre.

Quella stessa informazione per cui che una ladra imbonitrice faccia un film a luci rosse conta di più che far luce sugli ultimi sviluppi riguardanti l’omicidio di un noto politico calabrese; la stessa informazione per cui l’uscita di un concorrente dalla casa di un reality show conta di più che la protesta di milioni di giovani francesi giustamente incazzati neri perché privati del proprio futuro; la stessa informazione per cui una cucciolata di randagi – poveretti, sbattuti in apertura col loro musino affamato e inconsapevole – conta di più che far luce sulla melmosità di bond argentini o emiliani.

Deriva ineclissabile? Niente affatto, giurano alcuni. Da qualche tempo, infatti, un gruppo di personalità di svariata matrice (tra cui, solo per citarne alcuni, Dario Fo, Beppe Grillo, Giorgio Faletti, Dario Vergassola, Corrado e Sabina Guzzanti, Carlo Verdone, Paolo Flores D’Arcais, Giulietto Chiesa, Margherita Hack, Corrado Augias, Max Gazzè, Daniele Luttazzi, Antonio Tabucchi, Marco Travaglio e molti altri tra cui alcuni candidati in liste del centrosinistra come Achille Occhetto e Tana de Zulueta) si è impegnato nella realizzazione di una proposta di legge che ricostruisca, stabilendo paletti e regole precise, il settore radiotelevisivo e contestualmente ha avviato una raccolta di firme per la presentazione della stessa in parlamento, raccolta a cui è possibile aderire anche tramite internet (www.perunaltratv.it).

Siamo un popolo di teledipendenti ahimé, è un dato di fatto. Preferiamo la tv a una pagina ben scritta, una lite urlata a un buon editoriale. Proprio per questo – e a maggior ragione – tra pochi giorni, in occasione delle elezioni politiche, in gioco c’è la nostra libertà. Voteremo per essa, e pure per i nostri diritti. Primo fra tutti il diritto di essere informati puntualmente e correttamente; il diritto di godere della facoltà di scelta all’interno di un ventaglio informativo caratterizzato da una logica pluralista.

Domenica 9 e lunedì 10 siamo chiamati a esprimere un voto anche in base alla qualità della dieta informativa propinataci dalla televisione negli ultimi anni. E come cittadini italiani ci meritiamo certamente un’informazione migliore, libera, plurale e obiettiva. Basta esserne consapevoli.



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Ripasso... con Faraona


Ripasso... con Faraona

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Ripasso - ValpolicellaRipasso!

Non è solo l'espressione di chi si imbatte in una porta chiusa o l'operazione del rileggere qualcosa che ci ha particolarmente colpito.
"Ripasso" è anche la tipologia di un vino, fatto con il vitigno Valpolicella (coltivato nel veronese), nata una decina d'anni fa' dall'intuizione geniale di alcuni vinificatori della zona.
In termini molto semplici cerchero' di spiegarvi il procedimento: i produttori vendemmiano le uve del Valpolicella giunte a maturazione: più o meno spinta a seconda se viene appassita per produrre l'Amarone o no, ma questo appartiene ad un'altra storia.
Parte di queste uve va ad appassire sulle graticole nel "fruttaio" (Amarone) e parte viene vinificata subito (Valpolicella). Prima che inizi il nuovo anno il vino Valpolicella è stabilizzato, pulito e svolto.
A partire da febbraio inizia la vinificazione dell'Amarone , pigiando le uve lasciate ad appassire; la macerazione è molto lunga. Qualche produttore arriva anche a due mesi, data la lenta fermentazione causata dell'alto tenore zuccherino. L'Amarone, che sulla carta è un vino strutturalmente secco, spesso si svina dopo più di un mese di macerazione sulle bucce e con una quota di zuccheri ancora da svolgere. Completa la sua fermentazione lentamente a causa degli alti tenori di alcol fino a raggiungere la secchezza, ma in realtà un po' di residuo rimane sempre. A questo punto del processo si è giunti in primavera.
Il vino di Ripasso è una parte di quel Valpolicella gia' pronto e svolto, che beneficia di un'ulteriore macerazione sulle vinacce di Amarone di recente svinatura, aventi ancora un bel po' di zuccheri. Di solito con questa operazione, oltre ad alcol ed estratto secco, che da' corpo e struttura, aumenta anche il profumo. Geniale la trovata, no ? Come il maiale, non si butta niente, e in piu' si nobilita un vino di per se gia' importante e austero.
Questo vino, ben strutturato , si accompagna a piatti di carni alla griglia, arrosti, cacciagione, formaggi stagionati in grotta.

Bene, dopo un Re vino ... la Faraona!



FaraonaFaraona al vino rosso
Ingredienti:
Faraona giovane 1, burro 60 gr, pancetta 50 gr, funghi porcini 1 o 2 (se secchi non meno di 15 gr), cipolloti freschi 1 mazzetto, vino rosso robusto 1 bottiglia, grappa 1 misurino, farina bianca q.b, sale e pepe q.b.

Preparazione:
Pulite la faraona, togliete le interiora, fiammeggiatela e lavatela sotto l’acqua corrente, tagliatela poi a pezzi e lasciatela asciugare su un panno.
In una casseruola capiente disponete la pancetta tagliata a dadini, i cipollotti affettati finemente e metà del burro e fate rosolare a fuoco basso per un paio di minuti.
Aggiungete i funghi porcini lavati e tagliati a spesse fette verticali e fate rosolare ancora per un paio di minuti. Se utilizzate funghi secchi ricordate di ammorbidirli prima in un bicchiere di acqua tiepida e poi di strizzarli delicatamente. Non buttate l'acqua filtratela e tenetela a portata di mano.
*Ponete ora la la faraona nella casseruola ed insaporitela subito con il misurino di grappa, ½ bottiglia di vino, sale e pepe (e con l’acqua di ammollo già filtrata dei funghi, se avete utilizzato i porcini secchi).
Fate cuocere aggiungendo il restante vino man mano che asciuga. Quando la faraona sarà tenera (controllate infilando una forchetta nella carne), ritiratela dal fuoco e mettetela su un piatto da portata.
Velocemente incorporate al fondo di cottura, a fuoco basso e mescolando bene, un cucchiaio di farina passato al setaccio ed il burro rimasto. Appena si sarà formata una salsa cremosa (non deve diventare troppo densa) togliete la casseruola dal fuoco e versate la salsa sulla faraona.
Servite subito.
Accompagnate poi con il Ripasso di Valpolicella o un Bardolino Superiore DOCG.
L'ideale sarebbe cucinarla col Vino Ripasso di Valpolicella ma costerebbe uno sproposito. Da non escludere un buon Gattinara o un vino rosso di Ghemme.

Anticipazioni : in seguito parleremo di radicchio Trevigiano e accenneremo alle altre tipologie di radicchio. Proporremo inoltre un menu' completo a base di radicchio. Ma non solo, parleremo anche di asparagi. Abbiamo in serbo sorprendenti novita'.


Salvo De Rocas



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I polli siamo noi


I polli siamo noi

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Natura morta


Oggi vorrei contribuire a combattere una nuova sindrome, che non trova appartenenza sui manuali di epidemiologia e perciò battezzerò 'da fifa di pollo'.
Mentre da noi il consumo di carne ovicola subisce un crollo - a mio avviso per disinformazione o a causa di media sempre a caccia di improbabili scoop - l'esportazione cresce, e di ben il 15%. Domanda: gli acquirenti stranieri sono cretini? evidentemente no. Non lo sono perchè i nostri allevamenti sono i migliori, i produttori italiani hanno recepito per primi il divieto di allevare i polli in batteria (anche su pressione degli animalisti) e specie in questo periodo i controlli sono quanto mai metodici. Ma c'è di più. Per legge i nostri allevamenti sono al chiuso, non si capisce quindi come possa avvenire il contatto con uccelli migratori. E allora: non è che i veri polli siamo noi? sempre troppo influenzati e influenzabili dalla tv ? Meditate!!

La carne di pollo e' tra le meno ricche di colesterolo (esclusa la pelle), possiede quantita' di proteine pari ad altre carni, è di facile digestione e viene indicata nelle diete ipocaloriche. Per cui, provate questa ricetta facile facile.

Ingredienti: petto di pollo di media grandezza, senape, aceto balsamico, olio o burro

Tagliate per il lungo il petto in due o tre parti, secondo la grandezza delle porzioni che volete ottenere.
Spalmatelo di senape e lasciatelo insaporire in un piatto per qualche ora (se avete fretta potete cucinarlo subito, avra' un sapore meno speziato).
In una padella antiaderente ponete un filo d'olio o burro (secondo i vs gusti, l'olio e' piu' dietetico).
Fate rosolare a fuoco basso dai due lati, a meta' cottura innaffiate con aceto balsamico.
Importante: coprite la pentola con coperchio se no si secca troppo.
Si puo' anche fare senza senape, facendo marinare il petto nell'aceto balsamico o nel vino che accosterete.
Questo potrebbe essere un Sauvignon veneto-trentino o Fiano di Avellino.

Salvo De Rocas



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Presentazione


Presentazione

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Pulcinella



Mangiare bene e bere meglio...
come se fosse facile, caro Orso.

Noi ci proveremo, combineremo i piaceri della carne con quelli dello spirito, mai allusione ad un buon bicchiere di vino fu così opportuna, e guarniremo quei piaceri di verdure, paste, pesci, dolci.
Questa rubrica nasce dal desiderio di condividere con amici le diverse esperienze enogastronomiche e conferire a quell'incontro di carni e spiriti che è il convivio l'enfasi che gli spetta. Ve l'immaginate una vita senza la gioia e la serenita' del ritrovarsi amici davanti una tavola imbandita? magari riflettendo un po', ma riflettendo, che quanto vi è offerto è frutto di sapienza antica , dell'estro e la genialità della specie umana ? Io no!
Prendiamo il pane, e' estasiante: un chiccolino che diventa spiga - e questo ha gia' del favoloso - un germoglio raccolto, macinato, impastato, mutante aspetto fino a diventare trionfo di fragranza e odore, pronto a ingentilire i nostri umori. Ma avete provato ad annusare un pane caldo di forno? a chiudere gli occhi e fantasticarci? beh, io vedo le messi gravide di chicchi chinarsi al vento, pronte all'abbraccio con il sole che nutre.
E il vino? cosa pensare del vino? se non di amore e prodiga fatica per trasformare quei vermigli o aurei chicchi - ancora loro, i chicchi!- nel nettare così apprezzato dagli uomini e gli dei.
Pane e vino non è solo un modo di dire, e neanche il titolo di un lacrimoso film con Marcellino, e neppure il ritornello di una canzoncina anni trenta, il pane e il vino sono l'alfa e l'omega di una tavola, la catarsi di un convivio.

A presto con le prime delizie.

Salvo De Rocas



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PILLOLE... : IL MISTERO DELLA SCRITTURA


PILLOLE... : IL MISTERO DELLA SCRITTURA

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Anselm Feuerbach: Paolo e FrancescaSi può essere certi di ciò che per natura è una incertezza? l'apparente contrasto trova una giustificazione quando rifletto, male e poco, sul significato dell'arte. Che per essere l'approdo di un conflitto, altra personale conquista, assumo come origine e dispensa di un mistero. Sostanzio l'astrazione proponendo un mio quesito di sempre: perchè Dante relega Francesca da Rimini all'Inferno? trattandosi di una donna dolce e conflittuale, affatto lussuriosa, secondo la balorda accezione di allora? e perchè invece non lo fa con Cunizza da Romano, robusta divoratrice di sesso (fatto assolutamente conclamato, e Dante lo sapeva bene) invece sistemata in Paradiso?

Si possono dare tante spiegazioni, imbastire ragionamenti cartesiani o meno, ma una è da riferire: lo scrittore, stando al sentire di chi legge, è incorso in una contraddizione, clamorosa. Possibile? da modesto praticante letterario non lo penso, un formidabile
costruttore come Dante non commette errori di calcolo. L'unica risposta allora è riconsiderare il tutto, intendendo l'arte appunto come arcano, un'azione egoistica - per l'autore, si intende - in cui incidentalmente, e per fortuna, è coinvolto il lettore. Ed in questa ottica chi scrive, più che reinventare o rappresentare un mondo, quel particolare mondo lo vive. Come accade a uno psicotico, che a differenza del sano, pur costruttore di fantastici castelli, in quei castelli ci abita. Anzi, ne lustra porte e pavimenti, e a volte ne distrugge le finestre. Restando in metafora clinica, non è detto che il sano non sia incapace di accedere a quel delirio, di entrare nel castello e comprendere una logica sia pure distorta. Basta riviva certe sue fantasie, mai agite, per venirne a capo. Il problema si pone quando c'è da capire il perchè il povero psicotico ha deciso di abitarci.
Motivazione a volte, anzi spesso, sconosciuta.


Carlo Capone



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