SPAZIO SCRITTURA: Proust era un neuroscienziato - di Paola Cerana


SPAZIO SCRITTURA: Proust era un neuroscienziato - di Paola Cerana

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PROUST ERA UN NEUROSCIENZIATO

“Un poeta persiano ha paragonato l’Universo ad un antico manoscritto del quale la prima e l’ultima pagina sono andate perdute. E’ solo un’immagine poetica, eppure alla ricerca di quelle pagine si sono avventurate, nei secoli, tre intrepide carovane: i filosofi, gli scienziati e i poeti. Solo i poeti riusciranno a trovarle, un giorno, ma non saranno creduti!”

(da “Sul treno di Babele, sognando Broadway” di Vittorio Salvati)

Questa bella riflessione mi rimanda ad un’altra ricerca, La ricerca del tempo perduto di Proust. Ogni volta che mi calo nella lettura dei suoi romanzi ne riemergo rigenerata, vibrante di emozioni e di stimoli. Non mi sono mai resa conto esattamente di che cosa mi affascini tanto, se la prosa ipnotica, l’atmosfera romantica, i personaggi nostalgici o l’ambiente ricamato della Belle Epoque parigina che si respira in tutta la Recherche. Ma ho sempre trovato una straordinaria modernità nei pensieri di Proust, un’attualità che trascende dal suo tempo perché proviene e si allaccia direttamente a quella parte dell’essere umano che età non ha: l’anima.
Solo pochi giorni fa ho scoperto un libro che mi ha illuminata e ha confortato quelle che erano state finora solamente vaghe sensazioni, dando un senso anche razionale al mio stravagante innamoramento per questo romanziere. Si tratta di un saggio pubblicato l’anno scorso, scritto da un giovane ricercatore americano, Jonah Lehrer, e s’intitola “Proust era un neuroscienziato”. Finalmente, anche nell’ambiente scientifico, apparentemente lontano dalla poesia, dalla letteratura e dall’arte, viene riconosciuta la grande intuizione di Proust che, involontariamente, aveva anticipato, con le sue riflessioni oziose e contemplative, alcuni principi fondamentali delle moderne neuroscienze.
Durante la sua breve vita, Proust è stato quasi sempre confinato a letto, condannato dall’asma e dall’autocommiserazione che la sua cagionevole salute gli provocava. Eppure non si è mai sentito pronto a morire. Il suo mondo era tutto interiore e lui capiva che l’unico modo per vivere – e per diventare immortale - era scrivere e trasformare in arte la sola cosa che possedeva: la memoria. La nostalgia divenne la sua energia, il suo balsamo, la sua salvezza, perché se la nostra vita è vagabonda, la nostra memoria è sedentaria. Così Proust, chiuso nel silenzio della sua camera, impossibilitato ad andare incontro al suo futuro, cominciò un lungo viaggio a ritroso, dentro di sé, alla ricerca dei suoi ricordi più lontani. Ma si mise anche in ascolto del suo cervello sentimentale, tanto da intuirne i meccanismi invisibili, scrivendo pagine e pagine, fino a rendere il suo passato un capolavoro.
Leggendo la Recherche a me pare di sentire la sua voce. Mi sento trasportata in quella camera semibuia: immagino il raggio di sole che filtra attraverso le tende schiuse, sento il fischio lontano del treno, intravedo i biancospini in fiore accarezzati dal vento, percepisco la consistenza del tovagliolo ricamato in mano, brucio della stessa gelosia per un amante sfuggente e avverto l’angosciosa attesa di un bacio che non arriverà mai. Quella che potrebbe essere per molti lettori una noia mortale, a me pare estasi pura.
Ma al di là della piacevolezza che questa lettura a me dà, si nasconde un’intuizione folgorante dietro alle meditazioni di Proust e sta tutta racchiusa dentro una madeleine. Quel dolcetto burroso a forma di conchiglia imbevuto nel tè non è semplicemente un pezzetto di squisita materia ma è l’elemento rivelatore che scatena l’illuminazione dello scrittore, mostrandogli finalmente quello che stava cercando: se stesso.
“Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, IO ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente? Sentivo che era legata al sapore del tè e del dolce, ma lo superava infinitamente, non doveva condividerne la natura. Da dove veniva? Bevo una seconda sorsata nella quale non trovo nulla di più che nella prima, una terza che mi dà un po’ meno della seconda. E’ tempo che mi fermi, la virtù del filtro sembra diminuire. E’ chiaro che la verità che cerco non è lì dentro, ma in me.”
Il passato di Proust irrompe nel suo presente in maniera del tutto inattesa, senza alcuna apparente logica, semplicemente attraverso alcune briciole immerse in una tazza di tè fumante. Da quell’istante rinasce il piccolo Marcel, che a Combray mangiava madeleine a volontà e che non vedeva l’ora di scappar via da quella cittadina di provincia.
La grande intuizione di Proust fu, dunque, che l’olfatto e il gusto hanno un ruolo fondamentale per la memoria e per il recupero dei ricordi. Nel 1911, l’anno della madeleine appunto, gli scienziati non avevano ancora idea di come i nostri sensi comunicassero all’interno del cervello. Oggi le neuroscienze sanno che Proust aveva ragione. I sensi dell’olfatto e del gusto sono quelli più “sentimentali”, più soggettivi e meno trasmissibili. Non è facile, infatti, descrivere a qualcun altro il profumo di gelsomino o l’aroma del caffè, perché si tratta di percezioni intime e difficilmente condivisibili. Questo perché gusto e olfatto sono gli unici due sensi direttamente collegati all’ippocampo, che guarda caso, è il centro della memoria a lungo termine. Il loro marchio è perciò indelebile. Tutti gli altri sensi, invece, vengono elaborati dal talamo, che è la fonte del linguaggio, e le loro tracce sono più effimere e meno capaci di richiamare il passato.
Proust intuì questa relazione tra sensi e cervello e sfruttò il sapore del dolce e il profumo del tè per ritornare alla sua infanzia. Guardare il pasticcino non era sufficiente, tanto che lo scrittore arrivò a maledire il senso della vista perché gli sembrava occultasse i ricordi. Per fortuna, dopo quarantotto pagine dedicate allo stato mentale del narratore, Proust decise di infilare il dolce in bocca, cominciando così il percorso rivelatore dentro di sé. In pratica, quando la madeleine si scioglie sulla lingua, accende dei neuroni che, sulla scia del gusto e dell’olfatto, comunicano attraverso la forza delle sinapsi con altri neuroni, quelli che codificano la città di Combray e il viso di zia Léonie.
Ma Proust andò oltre nelle sue intuizioni profetiche, rendendosi conto che i ricordi non erano fotografie immutabili, bensì cambiavano e si trasformavano ogni volta che venivano richiamati alla memoria. Così tendeva a ricordare certi episodi in maniera più bella e colorata di quanto in realtà non fossero stati ma ne era consapevole ed è così che ha trasformato il suo passato in un’epica dell’amore, della gelosia e dei turbamenti del suo tempo.
Oggi i neuroscienziati sanno perché i ricordi cambiano nel tempo. Lo sanno sulla base di esperimenti e studi minuziosi operati sulle cellule cerebrali delle rane e sui collegamenti sinaptici delle lumache di mare. Meno poetico, certamente, ma questa è la via scientifica verso la verità. Dalla madeleine imbevuta nel tè si è arrivati alla scoperta di un prione che renderebbe i nostri ricordi malleabili, plastici, anziché immobili, e il nostro passato sarebbe, di conseguenza, eterno ed effimero al tempo stesso. Ma anche la scienza, come l’arte, è affascinante perché, se pur con altri strumenti, è animata dalla stessa propensione ad essere creativa, a correggersi, osando affrontare ineluttabilmente nuove rotte. Lo scienziato con i suoi esperimenti fa esattamente come Proust, che riscriveva le sue pagine un’infinità di volte, annotando, cancellando, correggendo a seconda di come un ricordo gli sobbalzava nella mente, adeguandosi alla realtà che via via lo circondava. In fin dei conti, i ricordi non rappresentano direttamente la realtà ma sono piuttosto copie imperfette, fotocopie di fotocopie di fotografie originali. I nostri ricordi non sono come la fantasia, sono la fantasia!
L’ultima sera della sua vita, mentre se ne stava a letto svuotato di ogni energia, Proust chiamò Celeste, la sua affezionata governante perché voleva dettarle qualcosa. Sentiva l’esigenza di correggere una parte del suo romanzo, quella in cui descriveva la lenta agonia di uno dei suoi personaggi. Voleva riscrivere quelle righe, perché ora – in quel preciso istante – lui sapeva esattamente cosa significasse morire.
Sono certa che in quel momento Proust aveva scoperto il segreto di quelle due pagine mancanti della storia dell’Universo!

Paola Cerana



Paola Cerana, nata a Busto Arsizio, è laureata in Scienze Politiche all'Università Cattolica di Milano. Ha condotto indagini sperimentali sul problem solving e ha collaborato per alcuni anni con l'IRRSAE. Ha scritto "L'intuizione visiva. Utilizzare le immagini per analizzare i problemi" (Franco Angeli). Con Vittorio Salvati ha scritto "Il Diario proibito di Adamo ed Eva" ne "Il ribelle letterario" (Edizioni Associate) e ha da poco pubblicato "VIaggi incantati. Un'anima 'in penna' a spasso nel mondo per assaporarlo" (Ed. Associate). E' curiosa del mondo e delle umane passioni, di cui ama scrivere su alcuni siti letterari in rete.




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Premiazione del Concorso CisInTandem - Parole e China


Premiazione del Concorso CisInTandem - Parole e China

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Riceviamo questa segnalazione che volentieri pubblichiamo.


logo del CONISabato 12 settembre, a Moie di Maiolati Spontini (AN), presso i locali del Cis e presso la Biblioteca eFFeMMe23 "La Fornace", si terrà la premiazione del Concorso CisInTandem - Parole e China: Un Fiume di Noir, il concorso grafico-letterario che tanto successo ha riscosso alla sua prima edizione, svoltasi come gara a tempo il 16 maggio scorso.
Più di cento partecipanti, provenienti da quasi tutte le regioni d´Italia, si sono dati battaglia a colpi di parole e di illustrazioni, tutti incentrate sul tema del Fiume e del Noir.
In occasione della premiazione, l´organizzazione del concorso ha allestito una serie di eventi che renderanno la giornata del 12 un vero punto di incontro per gli appassionati di scrittura e di illustrazione. Si inizierà alle 18:00 con una Tavola Rotonda dedicata al mondo dell´esordiente e a quello del concorso grafico e letterario che vedrà coinvolti esperti del settore come Giuseppe Di Bernardo (Diabolik, Cornelio, L´Insonne), Marco Monina ! (Edizioni Pequod), Paolo Agaraff (collettivo di scrittori), Graziella Santinelli e Marco Astracedi (Scuola Internazionale di Comics), Giovanni Bonafoni (Provincia di Ancona) e Chiara Bertazzoni (Thriller Magazine), moderati dal professor Giuseppe D´Emilio (scrittore). Durante la Tavola Rotonda sarà decretato il vincitore tra i tandem finalisti che sarà premiato con una somma in denaro di 1000,00 € e con un contratto di collaborazione con Cis srl. del valore di 1500,00 €. Saranno inoltre premiati anche il secondo classificato, la migliore illustrazione e il miglior racconto. Sarà poi inaugurata la mostra degli elaborati dei partecipanti, disponibile al pubblico presso i suggestivi locali della Biblioteca. La serata proseguirà dalle 21:30 in poi con la presentazione e la distribuzione dell´Antologia cartacea, contenente i migliori racconti e le migliori illustrazioni, e del dvd dell´esperienza del concorso, con la presentazione del romanzo "La lunga notte dell! ´Insonne" di Giuseppe di Bernardo e con gli stand d´auto! re in cu i il pubblico potrà incontrare e conoscere gli autori e le proposte di Giuseppe Di Bernardo, Paolo Agaraff, Pelagio D´Afro, Enrico Santori e Ugo Coppari, con il sottofondo musical-letterario dei Riflesso Acustico feat. Daniele Stronati.

Ulteriori notizie sul sito www.cis-info.it


Inviata da: Alessandro Morbidelli


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SPAZIO SCRITTURA : ESTASI - di Marta Campi


SPAZIO SCRITTURA : ESTASI - di Marta Campi

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di Marta Campi

La mia scelta è stata irremovibile: il fuori ha raggiunto, per me, il massimo della rappresentabilità. Finirò i miei giorni nello squarcio più intimo, ricco di stanze e corridoi, ancora intatti. Ho deciso di percorrerli tutti, senza alcuna distrazione, con il massimo sforzo per conoscere la carezza del disarmo.

In un respiro continuo un grano di voce mi ha avvinto alla lama del silenzio.

La fede sopravvive al corpo, al suo disfarsi, fragile. Bisogna alimentarlo di canti, imprese colme di passione affinché quella pace possa rivelarsi nella assenza.

Solo così conoscerò non la presunzione, non l’ambizione ma la Negazione. Il sogno del disarmo: mani occhi incendiati, senza il loro valore.

***

Sono in bagno, riversa sul pavimento, tra le labbra una sottile fessura, le braccia, scomposte, in una posizione innaturale. Provo a sollevarmi, in uno sforzo disperato e un attimo prima di ricadere vedo il mio viso riflesso allo specchio, un pallore, e poi, giù, ancora il buio.
Non so quanto tempo durino questi attimi di incoscienza, ma ne saggio il dopo: una continua sottrazione ricolma di pienezza: intima, indicibile. La sofferenza mi rende una militante di stracci, una vedova senza sposo, un cadavere. La sofferenza annulla tutti i pensieri. Il mio nulla si chiama Dio. Ho superato un argine misterioso nell’appagare quella tensione sconosciuta. Da allora le mie lacrime s'inondano di grazia.

Mi sono lasciata ingannare dalla debolezza della carne, di nuovo. Questa carcassa. Vorrei accenderla come un tizzone ardente, farla fiorire, liberarmene.

***

Una crepa di risalita s’insinua fino al cuore: ne percepisco, il tepore, i sussulti-- le contrazioni: vorrei strapparlo dal petto e stringerlo tra le braccia, fino a fargli sentire le mie lacrime, il mio sudore.

***

Accarezzo il volto di una sconosciuta, non sono io a compiere quel gesto: ciò che è Bene vive fuori di me.

***

Lotto contro me stessa, contro la ribellione, e vacillo nel bianco-soffice dolore. Sono sola contro chi crede di conoscere il risvolto di quei polsi. Ma non devo temere nulla, qui, nel covo che conserva e svanisce. La preghiera insegna la strada della perseveranza, questa l’azione prediletta: conoscere nel perseverare, con una volontà indomabile. I ricatti acquisteranno nuove forme, dimensioni.
Il sorriso non si torcerà più a ghigno ma sarà lieve, invisibile: quel sapore sarà il nettare del Primo asilo.

***

Temo lo specchio e il suo sigillo chiuso.
Aspetto e nell’attesa prego.

La notte mi riserva le fioriture maggiori, con gli occhi semi-aperti continuo a osservare le ombre incise sulle pareti scure. Quanto costa a un nome la sua entità? la Volontà non finisce, sempre, per sfiorire il gesto? Mi sollevo mezzo busto dal materasso, nel silenzio, una voce-- mi incita a uscire. Rivolgo, di colpo, la testa all’indietro. Un suono, dall’angolo a sinistra, inizia a vorticare, e più vortica più mi chiama con lo stesso timbro di colui che mi ha ucciso. Sciolgo il cuore nel sale, e aspetto, il mattino; non riesco a pregare le labbra sono in balìa di una forza che non mi appartiene.

La luce arriva come da lontano. Nel mettere i piedi a terra ho le vertigini, cerco un punto d’appoggio e mi rivolgo verso quel rivolo luminoso. Sono allo stremo. La mia pupilla brilla insieme alla penombra che discende il fondale più arido: Grido, per la prima volta: la voce è rotta, striata, piena di mortificazione.

Il digiuno riempirà le mie vergogne.
Lo stomaco inizia la sua litania… Sorrido, a denti stretti, sto invertendo gli ordini.

La fame gioca brutti scherzi, provo a concertarmi su l’aria che respiro. Impongo a me stessa una pace momentanea. Ho la testa che mi gira o sono forse io a girare per queste stanze sconosciute? non ho voglia di trovare la traccia, il filo che credevo spezzato.

Questo struggimento è una lotta-- impari, mortale, inevitabile.




Marta Campi nasce nel 1976 a Roma, dove vive. Scrive articoli e recensioni su Musikbox, rivista musicale che predilige il sound anni ´70, pur mantenendo un occhio di riguardo per le giovani (e no) promettenti "leve"; sta curando Vintage! che da rivista è stata trasformata in libro, il primo volume, interamente dedicato al 1969, è di prossima pubblicazione; collabora come freelance per alcune case editrici romane, per le quali svolge lavori di editing, ricerche, valutazioni testi inediti. La raccolta di poesie Apnee fa parte del VI quaderno di RebStein, a cura di Francesco Marotta; il racconto Estasi è stato pubblicato su Artemisia e La Poesia e lo Spirito, a cura di Fabrizio Centofanti.

È membro del blog collettivo Anarchica.net.



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RACCONTI: Picci


RACCONTI: Picci

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Cinque anni, quanto tempo è passato che non ci vediamo. Lo sento, questo sì, una volta a settimana. Si parla, si scherza, divaghiamo. Poi al 20 del mese, va a capire perché proprio quel giorno: se la cosa avvenisse il ventuno o il sette non cambierebbe nulla, vado alla posta e gli mando i soldi. Cinque anni, finalmente, dopo tutto questo tempo giovedì sarò a Napoli, e ad attendermi all’aeroporto ci sarà il mio amico Picci. Lo conosco da trent’anni, siamo come fratelli, e soltanto oggi mi va di raccontare la sua storia.
Per molti anni Picci ( dal napoletano piccerì di quand’era bambino, poi mutato in Picci) fu un’istituzione del quartiere, dove visse in uno stabile patrizio alla Riviera di Chiaia. Senza mai lavorare.
Non è colpa sua, se trovava un lavoro vomitava due giorni e due notti, come a scuola, del resto: dovettero ritirarlo dopo aver ripetuto tre volte la seconda superiore. E' stato sempre molto religioso, Picci: allora come ora non inizia la giornata se non prega al crocefisso di almeno tre chiese. Ma è anche sensibile al fascino femminile. Me lo ricordo ancora, nel fatidico '68, quando girava per l’elegante via dei Mille con il borsalino e il cane al guinzaglio, un figurone. Di donne ne ha avute tante ma non le ha mai toccate: “prima del matrimonio non si fa ", dice sempre Picci. Una di queste ragazze, un'insegnante di inglese timorata quanto lui, gli volle più bene delle altre. Partecipavano ai ritiri spirituali della parrocchia, leggevano insieme il vangelo e la domenica andavano allo stadio a tifare per il Napoli. Ma la ragazza era anche stufa di aspettare, Picci al suo solito cambiava lavoro ogni mese. Adesso non dava più di stomaco ma o litigava coi colleghi o inventava scuse a suo modo sensate. Gli è che non ce la faceva, le relazioni formali l’hanno sempre spaventato. E così nel fabbrichino di cellophane per pacchi- regalo mancava l’aria, le pentole non le vendo perché mi conoscono e faccio brutta figura, l’immobiliare ruba i clienti che ho procurato e non mi paga, eccetera eccetera. La suocera, una brava vedova che aveva tre figlie da sposare, era molto preoccupata, smosse mari e selve per trovargli un lavoro che non gli procurasse l’esaurimento nervoso. Spuntò un posto bellissimo, tranquillo e senza numeri in giro (Picci per la matematica nutre un odio viscerale), un lavoro per cui a Napoli venderebbero la mamma. Ma Picci alla mamma ci teneva assai. Insomma si trattava di fare l’esattore ai caselli della Tangenziale. Picci rifiutò per via dell'inquinamento. Basta, lei fu stufa, di aspettare e di inseguire i di lui progetti. Bisogna a questo punto riferire che Picci è patito per l’America. Tanto per dire, la sua camera di ragazzo era tappezzata di bandiere a stelle e strisce, il giorno in cui morì Elvis Presley si mise a lutto e non aprì bocca per una settimana, oppure se in città arrivavano i Globe Trotters stazionava ore all’uscita aspettando l’autografo. Ma la sua America non era quella comune, bella sì ma anche dura e spietata, per lui l’America era la fiera proiezione dei film di John Wayne. E perciò un bel giorno si mise a pretendere che la ragazza lasciasse la scuola per andare in America tutti insieme - lui, la ragazza, sua mamma e il gatto - a cercare lavoro non si sa bene dove.
Un discorso particolare a questo punto merita la mamma di Picci. L'ha sempre sostenuto, santa donna, specie quando Picci faceva le gare per giovani canori (aveva la stessa voce del cantante Michele, quello di ‘se mi vuoi lasciaaa-re, badibidambù’) ma quando ci fu la svolta della vita fu lei a scassare tutto. Picci aveva superato un provino alla RCA, i cui dirigenti proposero di metterlo in scuderia a Milano. Anche per questa opportunità oggi si venderebbero padre, madre, nonni e gatto. Ma la signora disse: ‘per carità, è lontano, se fosse stata Roma…’. Al contrario del padre, che invece caldeggiò: “così Picci si sveglia un pochino”. Ma non contava niente il padre di Picci
Era un direttore di Banca, che spesso si consolava negli alberghetti. Una sera di estate, a Sorrento, dovetti far finta di non vedere, non perché fossi anch'io nell'alberghetto ma per averlo sorpreso per strada in gentile compagnia. Bella signora, nulla a dire.
Era un gentiluomo, il padre di Picci, nonché nostalgico di Mussolini. La Banca gli aveva affidato la filiale di Mogadiscio, lui ne approfittava per fare propaganda del regime. Col pretesto che l’Italia voleva opprimere la Somalia, perché il padre di Picci faceva propaganda fascista, Siad Barre, all’epoca del colpo di stato, nazionalizzò i soldi della banca. I cui capi se la presero a morte: incolparono il padre di Picci e lo misero al minimo di pensione.
Ritornando alla storia degli alberghetti, la mattina seguente ci incontrammo in spiaggia, mi scongiurò di tacere col figlio: " Picci è assai legato alla mamma, avrebbe un trauma. Io poi che faccio di male? mi tengo in forma, questo è tutto". Di lì a qualche giorno gli venne una terribile ‘mossa’ e finì al Rizzoli di Casamicciola. Dove non ci fu scampo, mai capito se a causa dell'ospedale – in cui a stento c'erano dei letti, un due pappagalli e alcuni cessi - o per via della mossa.
Picci e la mamma dovettero cambiare casa, andarono a vivere in periferia. Tiravano con la pensione del direttore e fantasticavano di fortune lontano da Napoli. Un giorno Picci lesse su Grazia che una signora di Modena vendeva la licenza della sua agenzia matrimoniale. Figurarsi, il lavoro per Picci, fervente matrimonialista sebbene mal riuscito. Si trasferirono a Modena, spendendo un patrimonio per l'affitto di casa e dello studio. Purtroppo in sei mesi arrangiò due contratti. Ma intanto c’erano da saldare pigioni, tasse e bollette, finì che chiuse l’agenzia: il penultimo fiasco prima della rovina, l’ultimo essendo uno zio. Occorre sapere che Picci era, ed è, di famiglia in vista. Tra i vari parenti c’era questo zio avvocato che venne a Modena e disse più o meno : “tu hai una bella voce, io le conoscenze, che dici se mettiamo un piano bar in Riviera?” figurarsi, era il sogno di una vita. Per non dire di Rimini, la città di Sapore di sale e Abbronzatissima ( quando Picci sente Piero Focaccia, Nico Fidenco e le canzoni dei primi 60 va in visibilio, a parte Elvis). Dunque, per fare quel lavoro l’avvocato gli chiede 40 milioni e Picci glieli versa. Passa un mese, due, poi sei, lo zio dice sempre che è in cerca di un locale adatto o risponde che è a Milano per affari. Un altro avvocato, questo sì vero amico, disse a Picci che il collega si fa sempre trovare dall’ufficiale giudiziario a letto con l’infarto. Sempre stato un candido coi soldi, il mio amico Picci. I quali soldi nel frattempo erano finiti Con l'aiuto dei parenti tornarono a Napoli andando in affitto a Piazzale Tecchio. Picci era entusiasta, finalmente poteva vedere da casa lo stadio del cuore. Mai visto uno più tifoso del Napoli. Dipendesse da lui terrebbe ancora Maradona. Fino a qualche anno fa non ha mai mancato all'appuntamento domenicale con la squadra, anche nell'anniversario del padre. "Ho recitato le preghiere durante la partita - mi confidò - papà avrà capito".
Tre anni fa la signora è passata a miglior vita e Picci ha perso la casa: sul conto c'erano solo sette euro. Il funerale lo pagammo io e un altro amico, Bruno. Una bella cerimonia, mi disse Bruno al telefono, guastata da una decina di oranghi col berretto comunale che fuori alla chiesa pretesero 30 euro a testa. Meno male che Picci non l'ha mai saputo, si sarebbe addolorato.
Da allora è cominciata l'odissea. Ha vissuto col sussidio di noi amici e dei parenti, prima girando l’Italia col gatto in cerca di lavoro, poi convincendosi che Napoli era la soluzione migliore. Il massimo dell’ansia lo ebbi, io che sono l'unico della cerchia a vivere lontano, quando mi strillò al cellulare che aveva litigato con la famiglia e avrebbe dormito in auto, lui e il gatto.
Ora le cose vanno meglio, gli abbiamo trovato una casuccia a Capodimonte mettendo 50 euro al mese ciascuno. Picci devo dire che è cambiato molto, bene o male i suoi lavorucci li trova e guadagna qualcosa. Per quanto mi riguarda l’ho nominato mio plenipotenziario in quel di Napoli. Che so, c’è da andare al Comune per un certificato? O al catasto per allungare una mazzetta? Beh, incarico lui, il pretesto per dargli dei soldi. E insomma adesso sono tranquillo, lo so al sicuro e in grado di procurarsi da mangiare. Lui poi ha una caterva di amici, che fanno a gara a chi lo ospita. A Capodimonte ha trovato una buona parrocchia, quando è in ristrettezze - noi amici e parenti abbiamo il vizio di non saperci coordinare: e così Picci un mese scialacqua e un altro fa la fame - il parroco gli dona pasta, tonno e passata di pomodoro. Tempo fa è morto il gatto e per Picci è stato un colpo: quella micia era tutto per lui, hanno condiviso le ansie di questi ultimi anni. Per fortuna ha sùbito trovato sostituzione, una bella cagnolina che gli fa un sacco di moine. Al principio lei era sulle sue, adesso, quando Picci la lascia in auto per sbrigare la faccenda di un minuto, gli fa con gli occhi: “ sicuro che torni? o mi lasci per sempre?.
La macchina di Picci! A momenti me ne scordavo. È una Ford Sierra targata Ascoli e ha più di vent’anni. Pago 110 euro all’anno per l’ assicurazione come vettura di epoca. Speriamo che al nostro arrivo non piova. L’ultima volta il tettuccio faceva un po’ acqua. Ma è cosa di niente, disse Picci, e poi vuoi mettere? Dove trovi una macchina col lucernario?
Buongiorno Napoli, è sempre un piacere.



Pubblicato su Parliamone - 8 aprile 2009
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IL MIO DANTE


IL MIO DANTE

Pubblicato da: Admin  /  Letture: 1554  
Dinanzi alla tomba di Dante in Ravenna piacerebbe immaginarne le reali sembianze. Uso il condizionale perché un sicuro riscontro non c’è, se si eccettua il dipinto di Giotto e specialmente il ritratto eseguito da Sandro Botticelli, dal quale si recepisce l’idea di un animo severo, si spera affrancato dalle passioni, anche se non sarei così tanto sicuro. Perché l’effigie filtra il profilo di un uomo imbronciato, indisponibile, suppongo, alle mezze misure. O Firenze l’avrebbe accolto con i dovuti rispetti oppure arrivederci con rancore.
D’altra parte cosa aspettarsi se non l’odio per chi lo aveva tradito, gli distrusse la casa, disperse la famiglia e lo condannò a una vita da esule? Non era nel suo stile chinare la testa, non era roba per uno come Dante, o almeno non è nel carattere del ‘mio’ Dante, che mi piace immaginare così.

Dopo la condanna a morte in contumacia vagò in Casentino, tessendo trame contro ‘Fiorenza’ con altri ‘banditi’. Ma erano litigiosi, si dispersero, molti mendicarono il perdono. Che Firenze degnò, purché pagassero il dazio del pubblico scorno per le vie della città. Figuriamoci se Dante.
Il suo primo rifugio fu in Lunigiana, presso signori rustici e generosi, prima che il Gran Cane della Scala lo ospitasse alla corte di Verona. Da lui fu ricevuto con i dovuti riguardi, a lui lesse i suoi canti più belli, a lui dedicò la Commedia, ma con lui provò la più cocente delle delusioni.
C’era da assegnare la cattedra di Letteratura allo Studio di Verona, ma il Gran Cane gli preferì un oscuro cortigiano. Non lo amava, il Della Scala, per via del suo e del di lui carattere. Dante chinò il capo, un gesto dell’animo divenutogli abituale, e lasciò Verona.

Non sappiamo né quando né dove riprese a girare. Di Firenze recava il ricordo, dolce come il volto della madre ben presto perduta, ma più forte, pertinace, lacerante, dovette risultargli l'odio per l'ingiustizia patita, senza spazi per un ripensamento. Un dubbio dovette nutrirlo ma lo esplicitò per interposta persona, quando nell’Inferno degli eretici fa dire a Farinata, cacciato anche lui da Firenze perché ghibellino:
la tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
alla quale 'forse' fui troppo molesto


Farinata degli Uberti nutre per Firenze la stessa ambivalenza del Nostro. Farinata è un animo fiero, ha in sprezzo ‘l’onferno intero’, non ne teme il supplizio, Farinata è senz’altro Dante. Ce ne accorgiamo da quanta malinconia c’è in quel 'forse' (*). Che io sappia è l'unica concessione di Dante ai suoi sbagli (ne aveva commessi, come non avrebbe potuto essendo uomo retto ma sanguigno e di parte?). Dunque, seguiamolo nelle peregrinazioni, nei tormenti, i rancori, leniti solo dalla cura dei versi.
Siamo nel 1313, ha quarantotto anni, il Poema è a buon punto. L’odio va stemperandosi nelle brume padane, lungo fiumi impetuosi, per fangosi tratturi, in estati roventi. Ormai è famoso - sissignori, lo era già in vita, la gente l’additava col rispetto dovuto all’ingegno ma anche con il timore per il risaputo negromante: "dicono che parli ai morti, conosce la strada per l'Inferno!, guarda che barba nericcia" – ed anche i Signori lo tengono in conto. Ma del suo dramma, le ansie, i rimpianti, nessuno che si curi. D’altronde non è tipo da esternare, né i tempi consentono debolezze.
Ai margini della pianura, alla foce del grande fiume, tra acque e canneti silenti, riposa una città tombale, fissa nel tempo per via di mausolei, chiese e conventi. Ne è padrone un avventuriero, emerso dopo sangue e congiure per la sua conquista. Guido Novello da Polenta è signore di una corte di provincia, lontana dalla storia come dal mare che si è ritratto.
Nessuno saprà cosa accadde fra i due, saremmo disposti a pagare per leggere un resoconto delle prime conversazioni. Certamente Guido dovette trovare le giuste espressioni, nelle quali Dante intuì l’approdo a una pace interiore. Il resto lo fece Ravenna: con i silenzi, le nebbie, le acque dal sottosuolo, congeniali ai suoi umori profondi.

(continua... )

Carlo Capone



La regale marginalità (Fusta Editore) - copertinaPubblicato nel volume "LA REGALE MARGINALITA'"
(Fusta Editore, 2019)
Venti voci, venti luoghi, venti reportage
Autori: Alessandro Agostinelli, Marco Ansaldo, Mario Capello, Carlo Capone, Paolo Ciampi, Riccardo De Gennaro, Paolo Di Paolo, Guido Festinese, Laura Guglielmi, Mauro Francesco Minervino, Claudio Morandini, Massimo Novelli, Giuseppe Panella, Thomas Piegeler, Monique Pistolato, Giacomo Revelli, Zena Roncada , Sophia van der Speck, Alessandro Zaccuri, Stefano Zangrando
Pagine: 304
ISBN: 978-88-98657-88-9

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Concorso Letterario promosso dal CONI


Concorso Letterario promosso dal CONI

Pubblicato da: Admin  /  Letture: 853  
Riceviamo e volentieri pubblichiamo.


logo del CONIIl CONI è ormai giunto alla 38° edizione del Concorso Nazionale per il Racconto Sportivo, tale concorso riveste una particolare importanza nel panorama culturale poiché offre la possibilità a tanti appassionati di sport di cimentarsi nell´arte della scrittura.

Negli anni hanno partecipato non solo sconosciuti con la passione per carta e penna ma personaggi di spicco del mondo intellettuale come: Dacia Marini, Alberto Bevilacqua, Gianpaolo Ormezzano, Renato Minore ...

  • 1° premio euro 3,000,00;
  • 2° premio euro 1,500,00;


I lavori dovranno essere presentati all´Ufficio Comunicazione e Rapporti con i Media del Coni, L.go Lauro de Bosis 15, Foro Italico, 00194 - Roma, oppure inviati come documento Word via mail al seguente indirizzo: racconti©coni.it entro il 15 aprile 2009, allegando una dichiarazione sul carattere inedito del racconto insieme con i dati anagrafici e i recapiti postali o precisando gli estremi della pubblicazione secondo le norme del bando. Ogni autore può partecipare con un massimo di due racconti.

I racconti inediti, correttamente dattiloscritti, dovranno essere contenuti in una lunghezza massima di 10 cartelle (18.000) battute.

Grazie e se potete datene notizia
Daniela Di Santo


Il Bando è sul sito del COMITATO OLIMPICO NAZIONALE ITALIANO www.coni.it

Scarica il Bando:
Bando del XXXVIII Concorso per il Racconto Sportivo (documento PDF, 37 Kb)





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RACCONTI: La prassi


RACCONTI: La prassi

Pubblicato da: Admin  /  Letture: 808  
Domenico Carrino adagiò la manica sul bracciolo, la lisciò per bene ed esordì:
“Giasi, guardiamoci negli occhi: lei è un esaurito. Lo dico senza offesa, veramente.”
Luca Giasi accavallò le cosce sfiorandogli una suola. E si maledisse. Perché a lui soltanto poteva capitare un superiore senza braccio. Perché solo un coyote poteva tendergli la destra all’atto del saluto. E poi perché Carrino puzzava. Tanfo di virgole, due punti, punto e a capo; di porte foderate di antisuono e di abbaglianti riversi al cielo.
“Ho chiesto di conferire”, calcò gli occhiali, “perché il fatto è grave, dottore”.
“Graaave!”. Carrino rovesciò la nuca enfatizzando il tono. Batté il palmo sul bracciolo. “Sentiamo cos’è accaduto di importante, su. Scoppiato il Vesuvio? È ritornato Maradona? avanti, relazioni. Ma l’avverto: non sono uno psichiatra. Le sue manie le riservi a lui”.
C’era un leggio basso, tra le due poltrone. Recava un incunabolo inciso in oro. Luca ne osservò i caratteri, rimpicciolendo gli occhi. Dovette rinunciare.
“Ha saputo di Pellicano?”, riprese a fil di voce.
“Scusi non sento, parli più forte”.
“Luigi Pellicano, signor Procuratore, nato a Napoli il 20 Maggio del 46 e indiziato di essere il mandante della strage di Pollena Trocchia”.
“Estate 90, se non erro”.
“Esatto”.
Puntò Giasi negli occhi, in attesa. Luca evitò di incrociare, guardò al leggio.
“Allora? dov’è il problema?”, incalzò il Procuratore Generale della Repubblica.
Era un bell’uomo sui sessanta, il viso senza l’ombra della barba e un riporto grigio sulla fronte. Un cerchietto blu ornava il bavero della giacca. Luca fissò il distintivo.
“Insomma, perduta la parola?”, lo invitò Carrino, sbirciandosi sul petto. “Senta, Giasi, ho accolto la sua richiesta per …diciamo per obbligo d’ufficio. Ciò non toglie che abbia molti impegni, e soprattutto una pazienza! me li sta facendo perdere tutti insieme, e per un ladro di polli. Non so seee…”
“Il suo mariuolo, dottore, è sospettato di aver fatto ammazzare sette componenti di un clan rivale, più due adulti e un bambino presenti lì per caso. Tutti insieme”.
Carrino curvò il mento e trafficò al distintivo. Quante volte si era raccomandato con la moglie: spiga in alto, verticale! Se no sembra una lancetta d’orologio, o di una bussola. Quel giorno gliel’aveva sistemata sulle quattro e venti, un disastro.
“E’ dimostrato? abbiamo dei riscontri?”, domandò, provando ad aggiustare. Una parola! stringere il fermaspillo sotto l’asola, estrarvi l’ago del distintivo e regolare il disco sulle dodici esatte. Il tutto con la mano sinistra. “Dica, l’ascolto”, incitò, soffiando un po’ dal naso.
“Pienamente dimostrato non ancora, ma ero sulla buona strada. In carcere ho interrogato certo Maglietta Gioacchino, un affiliato al clan Pellicano: dunque, signor Procuratore, io ritengo facesse parte del gruppo di fuoco di Pollena Trocchia”.
“Ah, ritiene… e quali sono i riscontri?”.
La spiga segnava le tre e un quarto. Disertò l’impresa e rialzò il viso. “Dunque?”
“Il Maglietta, dicevo, è un eroinomane”.
“Salute a noi”.
“Un balordo, costretto dal Pellicano a trasformarsi in assassino. L’avevamo arrestato per spaccio …no, mi correggo, anche peeer…”
“Venga al nocciolo, dio santissimo, tralasci i particolari”.
“Ci arrivo. L’avevamo preso per consumo e spaccio, un anno e cinque mesi col patteggiamento. Tempo fa, in carcere, ha iniziato a dare segni di squilibrio, pigliava il muro a testate”.
“Un pazzo. Peggio, un simulatore”.
“Un pentito, direi. Durante i suoi deliri in infermeria urlava di essere un assassino, un killer di bambini… insomma, dottore, ha ripetuto più volte, davanti a testimoni, che a Pollena quel giorno c’era anche lui. Per questo ho ritenuto di sottoporlo a interrogatorio, tre volte”.
“Tre”, fece Carrino, con le dita.
“Certo, tre solo. Ma sufficienti a Gioacchino Maglietta per confessare tutto”.
“Tutto”.
“Che cioè il mandante era Pellicano, che Maglietta è stato ricattato per bisogno…”
“Bisogno”.
“Per necessità, la droga…”
“Un drogato”.
“Che a un certo punto non ha retto più, non dormiva la notte, vedeva, che so, le facce, il teschio sanguinante del bambino”.
“Delirio, dunque”.
“Sì, ma inerente a fatti documentati”.
“Dalle sue visioni!”
“Perdoni tanto, dottore, mi sta prendendo in giro?”
“Chi, io? andiamo, Giasi, lei è succube di manie! Sottolineavo, è proibito?”. Diede una pacca sul bracciolo, alzò gli occhi a un grande lampadario e sturò uno sbuffo. “Mi ascolti lei, piuttosto”.
“A dire il vero, non ho ancora terminato”.
“No no, faccio io. Se no, come si dice a Napoli, lei mi riparte dalle coglie di Abramo. Risponda alle mie domande, per favore. Dunque, può un tossicomane, un pazzo che agisce i suoi incubi notturni, può a suo giudizio assumere dignità di teste? mi lasci dire, per favore. Non le suggerisce niente che il Maglietta sia sotto metadone? che potrebbe essersi inventato tutto in quanto preda di delirio psicotico?”
“Un pazzo che si chiama in correo?”
“Via Tasso! Giasi, non le dice nulla il delitto di via Tasso? Padre madre figlia e cane sgozzati in casa loro, un distinto signore, commercialista di vaglio, che si incolpa del triplice assassinio - quadruplice, a essere pignoli - e i familiari che si precipitano ad avvisarci che il poveretto soffre di mitomania, al punto di incolparsi di ogni delitto, incluso quello Moro. E quindi: controlli e scuse del Questore, solenne figuraccia sui giornali, immancabili attacchi dei garantisti. No, dico, lei è sicuro di stare a posto?”
“Non discuto, può anche darsi che abbia ragione lei, nel dubbio chiesi al Gip Linares di prolungare i termini di custodia del Pellicano. Per un faccia a faccia, un confronto a due; e sa cosa è successo?”
Carrino mulinò la manica:
“Su, articoli il teorema”.
“Nessun teorema. Linares mi aveva assicurato il prolungamento di quei termini, ai fini di un sereno accertamento dei fatti, e quei termini guarda caso scadevano stamattina”.
“E allora, di che si lagna? le ha garantito”.
“Io non mi lamento, prendo atto. Che il Gip Linares la sua ordinanza l’ha spedita per posta! da oltre un mese, che il suddetto plico a tutt’oggi non mi è ancora pervenuto, e che di conseguenza il Pellicano è stato rilasciato per decadenza di termini. Vengo al suo nocciolo. Per renderla partecipe di quanto segue: primo, atti giudiziari trasmessi via posta da un ufficio all’altro, nell’ambito dello stesso Palazzo di Giustizia, giudichi lei. Secondo, devo presumere che il suddetto plico abbia compiuto il periplo della terra! visto che in quaranta giorni non mi è ancora arrivato. Terzo: da quanto detto, le appaio tanto svitato?”
Toccò a Carrino sovrapporre le cosce. Causa il movimento la manica cadde penzoloni.
“Sinceramente, sì”.
“E perché, di grazia?”
“Perché lei sta accusando uno dei magistrati più retti! perché lei ha costruito il suo castello di sterco su un pazzo, un disguido postale e su inguaribili manie. Le sue”.
Afferrò la manica e la sistemò a dovere. Strinse le palpebre.
“Vede, Giasi, qui se qualcuno ha commesso un reato, questo sono io”.
Luca si limitò a replicare. “In che senso?”
“Per non averla sospeso dal servizio nell’87, quand’ebbe l’esaurimento. Non lo feci, e sa il motivo? Perché lei mi fa sinceramente pena. Errore cruciale. Mai intenerirsi, mai! specie se l’enucleando è un paranoico incallito, uno schizoide che agisce le proprie fantasie, uno scriteriato che attenta all’integrità di un collega, uomo probo, incorrotto, che ha l’unica colpa di aver applicato la legge, le norme dello Stato di diritto. Lo Stato, Giasi, dice niente la parola? O per non conta?”
Le fitte. Luca spalancò le palpebre, accusando due spine al vertice del cranio. Evento inusuale, da sempre si accanivano alle tempie, così da inebetirlo per istanti. Quel giorno, invece che smorzare, accesero le idee. Balzò in piedi.
“Io accuso il giudice Linares, gli imputo di perseguire…”,
“La prassi!”. Carrino lo imitò, avvicinando il naso al suo. “Il dovere, la franchezza, la trasparenza, roba che a lei difetta dalla nascita, unitamente al senso del diritto! Noooh, è inutile che mi guarda con quegli occhietti da gufo, da predatore di norme, complice il buio della mente… Giasi! … le ingiungo di fermarsi, non ho finito”.
Luca ruotò di un semigiro, con cautela.
“Io l’accuso”, riprese Carrino, “ le contesto i reati di calunnia e abuso di ufficio, e le preannuncio che trasmetterò quanto è in mio sapere sia al CSM che al Tribunale di Salerno, per l’apertura del relativo fascicolo a suo carico”.
Accecante il lampadario. Il Procuratore era investito dal suo fiotto. La manica ondeggiava come l’arto di un burattino.
“A sua disposizione”, disse Luca. Ma non ne capì il motivo.

Carlo Capone


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Comment di Gian Gabriele Benedetti — 21 Febbraio 2009 @ 23:06

Storia dinamica, che strappa, nella sottile ironia, l’impronta di un reale assai inquietante; un reale che rispecchia, tra l’altro, una non infrequente situazione di superficialità e di contaminazione negativa e preoccupante. La fisicità del momento narrativo, ci offre personaggi caratteristici, cresciuti nel sigillo di una notevole capacità introspettiva. Tanto che ben li identifichiamo, non solo sul piano visivo, ma anche e soprattutto nella loro coerenza (o incoerenza) di atteggiamento e di comportamento.
L’omogeneità dell’insieme ben si incarna nell’intento progettuale e nella sintesi comunicativa, mentre l’originale fervore ispirativo premia il traguardo comunicante.
Le immagini, che si distendono attraverso dialoghi veri, serrati, asciutti, coerenti alla situazione creata ed ai personaggi stessi, ben assecondano il nucleo coloristico.
E la scrittura acquista il diritto della forza, della veridicità e, direi, anche della sapienza
Gian Gabriele Benedetti


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RACCONTI: Il mangiatore di fumo


RACCONTI: Il mangiatore di fumo

Pubblicato da: Admin  /  Letture: 958  
Tra poco sarà epifania, io ho già ricevuto la befana. Mentre scrivo vedo le nubi rosse di Bagnoli. Più in giù, rigata dalle sbarre a un finestrino, una macchia di pini adombra la collina.Questo è il limite di orizzonte che mi è concesso, ma anche il confine tra la clinica Villa Tirrena e il mondo animale.
A essere pignoli quelle nubi non appartengono al cielo - come la pioggia, il vento, le stelle - sono piuttosto l’esito di un incesto fra l’acqua e l’acciaio, un parto innaturale che annuncia la colata notturna. Di là di questa balza sento locomotive, strida taglienti di freni, urla di sirene. Colpi lontani, pesanti come battiti di maglio, spezzano il silenzio irreale. L’acciaieria – l’ho imparato presto - è un ventre che non smette mai di ruminare.
Fino ad oggi - da quando papà mi ha gettato via con la mia sacca, come la roba vecchia a san Silvestro - nessuno si era premunito di conoscere il mio nome, chiedere cosa giustificasse la mia presenza, né di salire al terzo piano per accertarsi se mi fossi ripresa o meno. Temevo, dopo la rissa della prima sera, che lo facessero, sbattendomi in isolamento. Invece il gelo: sola e confinata in questo buco, in compagnia di una branda ospedaliera, della poltrona sdrucita e di un tavolo adibito a spegnicicche dall’ospite di prima. Dimenticavo il cesso: un mugolio irritante ad opera di sciacquone difettoso.
Capodanno, dicevo. Mi sono avvicinata al banco di accettazione. Oltre di esso c’era un tizio che dormiva, un braccio sotto il viso e l’altro penzoloni. Saranno state le sei di sera, nell’atrio non c’era anima viva. Anche nei manicomi, evidentemente, il primo gennaio è dedicato allo svacco.
Ho chiesto aiuto alle mie spalle, credendo che papà sopraggiungesse. Mi aveva scaricato all’ingresso e detto dal finestrino: “Cerco un posto e arrivo”.
“Papà!”, ho chiamato. I quadranti del girevole ruotavano a rilento, vuoti come i miei pensieri. “Papà!”, ho gridato. Sentivo freddo, brividi alla pancia e sulla schiena, originati da un riscaldamento difettoso, certo, ma anche da un affetto antagonista: quello del naufrago per la nave che l’ha tradito. Il fuori giri di un motore, lo striscio di pietre sotto le gomme e un rombo che si è perso via mi hanno avvertito che il parcheggio distava una vita, la mia che se ne andava a farsi fottere.
La sequenza di clamori ha sortito uno scopo: il risveglio dell’addetto. Ha strizzato gli occhi e mi ha squadrato. Piano piano, insieme al rialzarsi della testa. Giunto all’altezza dell’inguine, non potendo completare l’ispezione, si è alzato e ha completato il palpeggio visivo.
“Vuole l’impegnativa?”, gli ho chiesto.
Papà era riuscito a procurarne una fasulla tramite la mutua. Depressione ansiosa di origine reattiva, ci ha fatto scrivere, si consiglia ricovero in apposita struttura.
“Quanto sei bona, te l’avvitass miez e’ cosce”, ha commentato il portiere.
“Ce l’hai con me?”,.
“E chi, se no, coll’ombra?”
“E allora vedi se è bona chesta!”.
Ho impugnato la sacca per il collo, l’ho fatta roteare e gliel’ho assestata sulla bocca. Una liberazione. Furia e veleno avevano trovato uno sfogo. Mi ha guardato fisso, irrigidito dalla botta, ed esclamato a fil di labbra.
“Gesù, chest o verament è pazza”.
L’affermazione, invece che da freno, ha funzionato come percussore. Balzata sul davanzale - era basso, giusto l’altezza delle gambe - ho sistemato i piedi all’indentro e mi sono accinta all’azione. “Vien o’ toro, bastardo ”, ho detto strozzata in gola.
Il porco ha fatto un passo, come a raccogliere la sfida, poi ci ha ripensato, sgranando gli occhi - liquidi, cerulei, non me li scordo- e infine urlato ‘infermieri, aiuto, emergenza!’. Uno strillo che ha incanaglito il mio furore. Eccoti, mi sono detta, finalmente!, e ho spiccato il balzo.
Stavo per afferrarlo, dispiegata in volo, quando la biscia ha torto il busto. La mia mano gli ha sfiorato il muso e in quell’istante ho avvertito la fitta. Un colpo secco, tra la milza e il fianco, da mozzare il fiato. Quello rimasto in canna se n’è scappato nel cozzo sul tosto del pavimento. Le percezioni successive, in rapida sequenza, hanno trasmesso il dolore alle coste - sordo, cattivo - un bruciore infernale all’apice del mento e lo scoppio di voci, prima lontane, poi incombenti. Quindi il sollievo del nulla. Come mi auguro debba essere l’istante della fine.
Al risveglio ho avvertito la puzza, e insieme ad essa un gocciolio di pioggia. Pensavo di trovarmi nel mio abbaino. A volte il soffitto fa i capricci, ho sempre i cestini della carta straccia a portata di mano.
Ho aperto gli occhi, guardato meglio, ma invece del raccoglitore dove tengo le pezze c’era un uomo.
“Sapete di Guardaccione?”, ha domandato.
Se ti fanno una puntura al braccio il giorno dopo senti un cazzotto al muscolo, una morsa cattiva come la presa di un secondino. Avevo puntato i gomiti all’indietro e inarcato il busto ma il dolore - unito alle fitte ai reni, al mento e sotto il seno - quel male dappertutto mi ha costretta supina. In più c’era il mugolio del cesso – ecco la pioggia - e, supplizio peggiore, un orribile tanfo di sperma.
Il tizio, dunque, aveva fatto il giro della branda e si era posto di lato, col ventre all’altezza del mio naso. Mi sono torta per evitare l’afrore ma il lezzo non ha smesso di infierire.
“Guardaccioneee”, ho sentito che bisbigliava, “Guardacciò! ” Da uno schiocco di ossa ho intuito che era piegato in ginocchio. Il successivo premere di un palmo sul materasso ha poi avvertito che era intento a sbirciare sotto il letto.
“Guardacciò! e ghiamm nun fa o’ strunz, che ti ho visto! ”.
Mi sono girata, tenendo il mento con le dita, ed è spuntata la radura. Una chierica punteggiata di croste puntiformi dai cui bordi si irradiavano cascami grigi e sporchi. Marò, quanto faceva schifo.
“Iamme, piezze e scem lo so ca ci stai”. Si era disteso sul pavimento e potevo scorgerne il fondo dei pantaloni, lucido e liso, insieme allo spago che li sostiene. Allora ho detto:
“Esca di qui o strillo”.
Ci vuole forza nella voce, ma l’anima che la rifornisce era giù all’accettazione. L’ho visto crescere di culo, sollevarsi e stecchirmi col puzzo.
“Qui non si grida, signorina, è chiaro?”.
“Vai a farti le seghe in fronte al muro, bestia”.
Si è ammansito. Ha spalancato un ricettacolo di denti guasti, piegato il capo di traverso come un bambino e chiesto con un sorrisetto:
“Me la date una sigarettina? ”
Prima che protestassi è corso alla poltrona, dove ha infilato le mani nella sacca e iniziato a frugare. Dio, quella dita, me le sono sentite dentro la vagina. Ho buttato all’aria il lenzuolo, scoprendo di essere in jeans e reggiseno, e sono corsa a bloccarlo. Ma figurarsi. “Sigaretteee! bambineee! dove state?”. Ci aveva infilato anche la testa – sudicia, con le croste e tutto quanto - e si ostinava a cercarvi bambine, sigarette e Guardaccione.
“Fuori o ti ammazzo”, ho sibilato. L’avrei fatto, lo giuro.
“Non sento!”, è pervenuto dalla sacca. “Bambineee, accendineee!”
“Non ci senti? E allora senti ‘sta novena”. L’ho preso per il bavero del giubbino e dato lo strappo. Un laccio che gli ha segato il gargarozzo. Espulso un gemito ha sbuffato. “Aspettate, mo’ arrivo”.
Lentamente, come un riccio dalla tana, ha cavato il cranio, levato un naso lungo e dritto e argomentato: “Guardaccione ce l’ha sempre le sigarette, perciò vengo qui al pomeriggio. Mo’ ve lo faccio spiegare da lui. Guardacciò! – mi ha ghermito il braccio e indotta a sbirciare sotto la branda - “diccello tu alla signora, è vero o no che mi dai e’ Mabbò?”.
Non ho mai patito il vizio del tabacco. Da un po’ di tempo, tuttavia, compro le super senza filtro, così, per cacciare fumo. Ne conservavo un pacchetto la sera di San Silvestro, quando papà mi ha comunicato che era tutto pronto. Ne avrò fumato un paio, quella notte, rintronata dai botti esplosi da mio fratello in giardino. Mentre ficcavo roba nella sacca ho visto il pacchetto e ce l’ho messo.
“Te le do ‘ste sigarette, basta che ti levi!”
Avevo una brutta faccia. Certo è che ha spiccato un balzo animalesco, togliendosi dai cosiddetti, e mi ha permesso di cercare. Che schifo, le croste avevano infettato la biancheria, erano sparse dappertutto, come briciole di pane su un lenzuolo. L’accendino si è materializzato per primo, poi è toccato al pacchetto, ma si trattava della scatola degli assorbenti, che ho scagliato via. Vuoi per la stizza sia perché umido di muco.
Finalmente l’ho trovato“Tieni e smamma!”, gli ho ordinato, girandomi di scatto.
“Guardaccio-neee, dove sei ,malandrine”.
Ma dove stai, bastardo! Era svanito come un incubo al risveglio, se si eccettua il richiamo di Guardaccione che aveva l’aria di pigliarmi in giro. Sarà al cesso. Macchè. “Signori-neeee!”, mi è pervenuto dal basso. Ho seguito il filo e l’ho sorpreso sotto lo scrittoio.
“Le vuoi o no?”, e gli ho agitato il pacchetto sotto il muso. Ha sgranato gli occhi nelle fosse ed è scoppiato in una risata. Un brutto squarcio tra le labbra che ha evidenziato più vuoti che monconi.
“Mo’ ho capito”, si è dato un pugno sulla fronte, “voi siete la mamma, siete la signora Guardaccione, è vero che siete a lei?”
“Sì, sono la mamma, prendi sta roba e via”.
Ho dato due o tre colpi sul pacchetto per estrarne un paio, dovendo arrendermi all’inesperienza. Il contenuto, impaccato, teneva tenuto duro, quelle dannate non volevano sbocciare. Ho battuto forte, allora, colpendo con le dita, ma la foga, la stizza o va a capire cosa hanno fatto sì che calibrassi male. La botta risolutiva ha prodotto una fontana di sigarette. Alla cui vista si è avventato. Una se l’è messa nella tasca del giubbino, la seconda l’ha infilata in bocca, per intero, e poi masticato e deglutito. “Auhmm”, ha fatto, avvitando il dito sulla guancia. “Me ne date un’altra, mammà?”
Ho visto nero, il piede è partito di riflesso. Ha trovato un fasciame di ossa, quindi una mollezza, poi il bordo di un orecchio. Dove ha visto il sole e la galassia. Mi aveva azzannato l’alluce con uno scarto di testa, da vero rettile, e continuava a digrignare. Ho stretto i denti anch’io e tirato, sentendo tutto il male di una vita senza anestesia.
“T’ammazzo, quant’è vero cristo”.
Ho mirato al ventre, proseguito col volto e menato alla cieca. L’avrei ucciso, col plauso di tutte le mie voglie, se il fiotto di liquame – caldo, color cioccolata, nauseabondo - non avesse inondato pavimento e piede.
Vomito, sangue, pezzi di tabacco: tutto l’inferno che aveva in corpo, ha sbrodolato. Ed io, sopra di lui, a seguire inerme quel dilagare, una bava viscida, emessa in silenzio, che gocciolava sul giubbino. L’ho tirato per le ascelle, trascinato sul letto e sistemato alla meglio.
“Parla, Gesù mio, dì qualcosa. Vuoi da bere?”
L’acqua! Sono corsa al cesso e ho aperto il rubinetto, ma non sapevo che riempire. Ho rovistato nell’armadietto, guardato sotto il lavandino, dietro il vaso. Zero. “Che faccio? questo mi crepa tra le mani”.
Sono rientrata, il tempo di accorgermi che era bianco come mia nonna appena morta, e ho visto le mie scarpe. Non so, quando perdi le cognizioni ti vengono strane idee. ‘Gli butto un po’ di acqua in faccia!’, ho realizzato. Allora ho presa una scarpa, sono tornata in bagno e ho riempito. L’idea più ottusa che abbia mai avuto.
In principio suola e cucitura hanno retto, stavo per compiacere il mio genio quando c’è stato l’innaffio, una granata di zampilli con la scarpa in veste di erogatore. Avrei voluto urlare, prendermi a schiaffi, fare qualunque cosa, purché servisse: la stringevo sui bordi e lei a irridere coi suoi getti. Ma il mio genio intendeva saziarsi. Via la scarpa e ho sfilato il reggipetto. Eggià, le coppe! sistemo una nell’altra, le fodero di carta igienica e il gioco è fatto. Sì, fatto a marjuana, un colabrodo in pizzo, buono per filtrare il caffè alla turca. A questo secondo smacco ne è seguito un terzo, dovuto alla premonizione - idiota, pervicace, irrazionale - che la seconda scarpa resistesse. Ma figurarsi, mi sentivo morire. Ho guardato allo specchio e osservato la seguente scena: di una disperata imbecille – capelli pazzi e occhi assassini – che mi fissava stravolta, scarpa nel pugno e reggiseno a tracolla. “Stupida buona a nulla, deficiente”. Ho scagliato scarpa e reggipoppe contro il muro e sono tornata a controllare. Nessuno, il principe dei miei incubi era svanito.
“Dove sei? ti prego, non scherzare”
Silenzio.
“Dai, lo so che sei nascosto, sei sotto il tavolino”.
Scarica di gorgoglii, sordi e bronchiali, provenienti dal versante opposto della branda.
Un balzo, il tavolino all’aria e ho visto due gambe di traverso, la fistola di un ombelico tra calzone e giubbino e poi basta.
“Mammà, datemi la medicina”.
Il gemito proveniva dalla testa, andata a sistemarsi a casa Guardaccione. Ci sono entrata anch’io e ho scovato il viso, bianco come un cero di candelora, le palpebre, socchiuse come una saracinesca a lutto, e la bocca, serrata in una smorfia dalla quale, a un tratto, ha esploso pernacchiette.
Mentre lo issavo fianco, seno e testa mi hanno avvisato che la rabbia non sempre può su tutto. L’ho tirato per i piedi, afferrato alle ascelle e caricato in spalla. Stavo per scaraventarlo a letto e lasciarmi cadere – andasse, andasse a crepare all’inferno dei pazzi - quando mi è venuto in mente il pappagallo. Non avevo pensato ad un suo apporto, vuoi perché mi fa senso in assoluto sia perché è un omaggio all’inutilità maschile. Mi sono sporta nella vasca, l’ho stretto per il collo, riempito fino al glande e barcollato al letto. Postami a cavalcioni del mio matto ho mirato alla testa. Non soddisfatta, l’ho preso anche a schiaffi, una scarica di ceffoni col dorso della mano. ‘Muoviti, animale, dimmi che ci sei’. Morti, stecchiti: i suoi spiriti intestini e quella carcassa che funge da contenitore. E tuttavia ho continuato a implorare “Ti supplico, dimmi una cosa, una soltanto”. Il brivido alla pancia è salito alla testa, dove ha virato in capogiro. Allora sono passata ai pizzicotti, spicci, furenti, sino a sentirmi male io per lui. Quando già singhiozzavo, le braccia inerti lungo i fianchi, sto brutto mondo che girava a trottola, ha aperto gli occhi, espulso un filo di tabacco e sospirato: “Quanto siete bella, signora Guardaccione”.
“Come ti chiami?”, ho chiesto, e va a capirne il motivo.
“Palmieri!”
“Lo sai che ti strozzerei?”, gli ho carezzato la fronte.
“E voi me le date le sigarette?”.
“Quante ne vuoi”.
“No-oh, mo’ viene la terapia”.
“La terapia?”
“E certo, non avete visto che sta facendo notte?”
Ho guardato alla finestra e convenuto che aveva ragione. “Che ore sono?”
Erano le cinque e un quarto, a seguire le lancette, e il tre di gennaio, secondo il datario. In quell’istante, seminuda su lui, ho realizzato di aver dormito due giorni di fila, di essere sul letto inzuppato di un manicomio - tra vomito, sangue e porcheria - e nella posizione di chi lo fa di sopra. Dimenticavo il tanfo di sperma. Non l’ho sentito. Forse mi ero assuefatta.
Il mio amante a tutto questo non ha minimamente riflettuto. Ha incrociato le mani al petto e sorriso beato:
“Posso venire domani? Non dite niente a Sparenza?”
“Sparenza, chi è?”
“Come, non sapete chi è Sparenza?”
Ha scosso il capo, divertito.
“Aveva ragione Guardaccione, me lo diceva sempre: mammà non si informa mai di che succede qua dentro”. Assicuratosi con un’occhiata che nessuno ascoltasse, si è issato fino ai miei capezzoli e assunto l’aria di chi svela un segreto astrale: “Sparenza è il direttore. P’ammore e ddio, signora Guardaccione, non lo nominiamo, porta o maluocchio!”
“E dai, Palmieri”, gli ho dato un buffetto.
Ha offuscato gli occhi, li ha riaccesi e proseguito per i fatti suoi: “ma figuriamoci se vostro figlio non ve l’ha detto, a me non mi fate fesso!”
Chi invece continuava a prendermi per fessa era il capogiro. Andava guadagnando in ampiezza, perciò mi sono trascinata in bagno a recuperare il reggiseno. Temevo che la sua mancanza provocasse nuovo puzzo, o qualcos’altro che non volevo nemmeno ipotizzare. L’ho infilato così com’era, spellando mucillagine dalle coppe, e sono rientrata. Palmieri stava accreditando le previsioni.
“Animale! vuoi morire?”, ho strillato per lo schifo.
E’ stato il colpo di grazia. L’istante successivo mi trovavo in groppa a un cavalluccio, che girava girava, mentre nonna Pappa implorava: ”E fermatela, sta cazzarola e’ giostra, a piccerella se sente male”.
Anche Palmieri ha percepito qualcosa. Ha interrotto l’operazione e mi ha guardato, col corno rosso e curvo fra le dita.
“Mammà, vi sentite male?”
“Levati, che mi sdraio”.
Mi sono stesa e lasciata andare: la boccia, i cavallucci e nonna Pippa giravano al galoppo. “Chiama qualcuno, vai”, ho sussurrato. E’ schizzato via, col corno che fuoriusciva dalla patta, e ha portato le mani al viso.
“Mammà che fate? Uuh, mammà è uscita pazza. Gesù, guardate”.
“Vammi a chiamare qualcuno, ti dico”. Devo avere sputato l’ultima bava di fiele. Tant’è che ha preso a darsi graffi e frignare. “Mammà c’ho paura, non morite”. La supplica è divenuta pianto appena si è accorto che farfugliavo. Allora si è precipitato alla porta e l’ha tempestata di pugni e calci “Aiuto, venite! E’ morta la signora Guardaccione!”
L’avrebbe fracassata se, di lì a poco, non fossero accorsi due molossi, seguiti da una terza figura, che ha ordinato “Al tre, svelti”. Mi erano addosso e stavano per sollevarmi come il sacco della befana quando ho sentito l’altro imprecare “Non lei, questo qui!”
Si riferiva a Palmieri che, approfittando della confusione, si era sfilato tuta e pantaloni e faceva il girotondo su se stesso. Mentre ruotavo anch’io ho scorto il guizzo di una cinghia, una tempesta di nocche sull’apice di un cranio e l’ossario di Palmieri avvolto in un lenzuolo. L’avevano trascinato fuori quando ha ripreso a strepitare:
“Mammà, mi hanno rubato la sicaretta! chi è stato quel delinquento? mo’ ci do uno schiaffo!”
“Ma tu vire stu figlio e ‘ntrocchia”, ha replicato qualcuno, assestandogli una manata sul groppone, motivo per cui Palmieri ha strillato a squarciagola “Aiutateme, tengo o maluocchio!”. Schiaffi, urla e imprecazioni si sono trasferiti giù nel parco, a poco a poco sono svaniti nella macchia. Allora il terzo uomo si è mosso dal finestrino, ha tolto i ray-ban da sole e si è avvicinato alla mia fronte.
“Domani”, ha detto, fissandomi con occhi viperini. “Domani ti facciamo la terapia”.

Carlo Capone


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RACCONTI: Palombo e Capucci


RACCONTI: Palombo e Capucci

Pubblicato da: Admin  /  Letture: 584  
Il pesce palombo mi disgusta: è molle molle e sa di pomodoro. Associo il suo sapore ad un evento speciale, quando – ero sui diciotto – mi convinsi di voler bene a mio fratello Maurizio. All’epoca, non so, sorse spontaneo, oggi ritengo scaturì da un’espiazione.
Non avevo un ciclo regolare, a volte ritardava, altre anticipava, altre non veniva proprio. Andai perciò da mamma e mi confidai: la confessione più idiota che abbia fatto. Mia madre esplose in uno dei suoi sbuffi, erogò una cocente assoluzione (“è la tua testa! Non lo sai che il sangue dipende dall’umore?”) e comminò la pena: visita dal dottore della Mutua con prescrizione di trenta avemmaria alla prolattina.
Quadrato il ciclo fiorirono le idee. Io dovevo, a tutti i costi volli, voler bene a qualcuno, uno qualunque. Non l’avevo mai fatto, in famiglia, e per questo avevo il ciclo irregolare. Scartai mio padre perché è più forte di me, non ce la faccio, evitai mia madre perché il cuore l’ha sempre avuto in quel certo posto, insomma approdai a Maurizio per infarto affettivo. Sì, ma come fare? In che modo ricondurmi a lui tramite cure? La gola! - mi illuminai una notte - gli uomini si pigliano per quel verso. Se veramente li avessi conosciuti - gli uomini, intendo dire - avrei dovuto sapere che si pigliano per le chiappe. Ma lasciamo stare.
Dopo svariato ruminare concretizzai il piano d’azione. Disertare cena con i miei – tanto a tavola parlavano come se non ci fossi, oppure non parlavano affatto, proprio perché c’ero io- aspettare, dicevo, le dieci e passa, ricomporre il desco coi fiorellini - le fresie, e dunque era primavera!- poi correre in cucina a ispezionare. E qui si ergeva l’ostacolo Dolores, la governante di cotal famiglia. Già non le andava un lavoro extra, perché i miei le pagavano vitto e alloggio senza il becco d’altra lira, già smaniava di rifugiarsi in camera per guardare i filmetti del dopo cena, figurarsi attendere a un menu diverso. Essì, perché Maurizio, diversamente da me e i suoi, prediligeva il citato rettile in tortiera, o le interiora di vacca e pollastro, in aggiunta a un’antica e mai estinta brama per il muso di porco.
La prima sera restò da fesso – e fin qui tutto normale – appena entrò in sala. “Sorpresa!”, l’accolsi con la più ovvia delle facce, “ti va se ceniamo insieme?”
Maurizio muoveva i primi passi nell’azienda del padre, uguali a quelli trasandati e goffi da poco risuonati in giardino. Accennò una smorfia, a mezzo tra fastidio e noia, e fece ‘prego’, come a sottendere ‘spicciati e mangiamo ’. Poi sedette in giacca e sgranò gli occhiuzzi come Adamo. Con una differenza: al posto della mela, polpe di pomodoro e brani di pesce. E invece di Eva, una sorella dal sangue irregolare.
Non toccai cibo, inibita dal disgusto e dai grugniti di Maurizio. Gli chiesi allora come andasse il lavoro, e la risposta fu un ‘buò’, a guance piene. Mai capito se alludesse al lavoro o all’apprezzamento per il pesce. Poi…poi il tempo, si sa, cancella o storce, io a domandare e lui a ingozzarsi. Ogni sera da un verso il mio parlare, dall’altro un susseguirsi di sì, buò, nh, è vero – ma in risposta a che ‘è vero’? cosa vuoi dire, animale?
Un giorno ebbi l’intuizione del regalo. Maurizio si inondava di un profumo nervino, che dava punti all’afrore del suo pesce, mi riferisco al 4711 Eau de toilette, un nome che rimanda ad altro luogo, in cui a fine pasto correva a depositare del suo. Quella sera, dunque, sedette e allungò il muso, il suo modo di esternare stupore: nel piatto, aspettando il cervello bollito, c’era una scatola in radica marrone.
“Cappucci, ti va? a me fa impazzire”.
Non mi ascoltò neppure. Svitò il tappo, pose il dito sul becco e umettò le ascelle, direttamente sulla giacca. Rialzo d’occhi e guardata di pesce: “Grazie, Carla, sei gentile”.
Dalla sua faccia avrei dovuto capire. La sera dopo, e quella oltre, e tutte le successive, il 4711 accoppò il lezzo di cervello ed il tanfo, onnipresente, del palombo in cassuola. Da allora il suo senso mi è rimasto in gola. Come Maurizio.

Carlo Capone


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RACCONTI: SONO STATO ONESTO?


RACCONTI: SONO STATO ONESTO?

Pubblicato da: Admin  /  Letture: 877  
Anche quel giorno il Professor Soprani si destò all’alba, prima che la sveglia suonasse.
Tirò la coltre, depose i piedi e puntuale gli comparve Imma Topazio. La ignorò, prendendo a massaggiarsi per il corpo, una sequenza di frizioni che arrossò il pellame. Svanito l’assillo della mente schizzò al guardaroba, cavò una vestaglia in seta e l’avvolse sul maschio. Che conservava nudo nella notte, di mattino esaminandone la saldezza. E perciò: ceffoncelli su guance e petto, svelte flessioni su ginocchia, esame del cipiglio ad uno specchio e nulla osta per abluzione in vasca.
Il complesso di liturgie si svolse in un silenzio di messa. Quella mattina però calzava ciabatte nuove, dono di compleanno delle figlie. La resa acustica gli riuscì sgradita. Per definizione odiava tutto ciò che divenisse. “Meglio le vecchie”, sentenziò, scalciandole per aria.
“Infame!” , latrò un’ombra dal baldacchino.
Lui, nel frattempo, armeggiava coi rubinetti della vasca, un sarcofago in marmo al centro del locale. Attese si colmasse di acqua mista, condì con balsamo di cocco e s’immerse, adagiando la nuca sul ciglio in ottone. Era al colmo dell’estasi, già emetteva sospiri, quando, di colpo e con sadismo, toccò alla rossa
Imma Topazio era grossa, grondava carne e seni alla sua faccia. Allora, come in sogno, rivisse la scena della sera prima. Vide l’albergo alla stazione, la carta data e subito ritratta, e il portiere col sorriso di gatto. Sentì i tonfi sulle scale, appena attutiti dal velluto vecchio. Vecchio lui e tarda la rossa, avanti lei e dietro lui, come un toro spompato a seguito di vacca.
“E levati, che pesi, mi fai male!”, aveva imprecato Imma a fine acchiappo. Un bue, un manzo orfano di mucca, così s’era sentito Decio Soprani. Il voto della Topazio era mutato in fissa, una posta al rialzo gestita con astuzia. “Ne voglio di più, non mi soddisfi!”, esigeva. Lui non capiva se alludesse ai soldi o a dell’altro. Inclinava ai primi, l’altro ponendosi per definizione. Nel dubbio, tuttavia, avrebbe continuato a darle tutto, purché una volta si mostrasse sazia!
“Imma, pupetta mia, mettiamoci insieme”, la supplicava. “Saprei donarti il meglio di me stesso”.
“Faccio le notti a domicilio, mica la gran signora!”, lo zittiva lei.
Il quale domicilio era di una mandria di tori in declino, ma il dubbio era una categoria ignota al professor Soprani. Si era perciò illuso che accudisse malati terminali.
Quel giorno - un’inquietante alba di tarli e cogitazioni - fu però sfiorato. Fantasticava ancora sulla Topazio quando ebbe un tremore, che penetrò la nuca e punse il pomo di Caino.
“Mi sono innamorato di una troia!”, bisbigliò stecchito. “Sei vecchio!”, sghignazzò l’ombra dal baldacchino.
Durò un attimo, il battito d’ali di un calabrone, che pestò sul marmo delle certezze. Tuffò il capo nella spuma, stette in apnea e ripassò la lista degli impegni. Ne annotò orario, durata e coefficiente di interesse, senza scordarne uno. Un punto d’onore – al pari del maschio – la sua fucina di pensieri, uno schedario dove c’era di tutto: debolezze dei sottoposti – una marea - , date di morte e genetliaci di parenti –una schiatta-, attenzioni per amici – mai nessuna. La segretaria? Poco più di un ornamento, al pari di un ficus o di un benjamino. “Di lei potrei fare anche a meno, Cristina”, le confidava spesso, “del suo culo no, mi creda”.
Pari attenzione riservava ai dipendenti, per loro disgrazia sforniti anche di chiappe e perciò soggetti a sincero disprezzo. “C’ho tutto qui, la vedete questa?”, li ammoniva, battendosi una chiazza sulla fronte. Colpa del fegato, quella macchia, a detta dei testi. Lo sapeva anche lui, ma si illudeva, al pari delle faccende con la Topazio.
Era un clinico affermato, erede di un imperio avuto per diritto. I suoi medici, tenuti al laccio del ricatto, l’ossequiavano come i giudei Javhé. Ed ebrei erano gli azionisti di un’accorsata clinica napoletana, l’opificio chirurgico che Decio Soprani dirigeva su procura.
“Sei un animale,”, per questo usava provocarlo la moglie Marina, “uno splendido animale da carriera. Avessi frainteso ?”

“Marina!”
Il gemito produsse bolle d’acqua. Riemerse soffiando come un getto boracifero. “Mariiina!”, invocò al cielo, i pugni stretti e la nausea da bagnoschiuma a digiuno. “Oggi è il tuo anniversario!”. La spuma mutò in colpa al catrame.
“La mia memoria”, sussurrò atterrito, coprendo il viso con le dita. “Che diavolo mi succede!”.
La reazione fu adeguata a un produttore di razza. “T’aggiusto io”, minacciò a se stesso, o forse al muro o, chissà, all’inferno intero. Schizzò fuori, infilò un accappatoio e irruppe nel talamo solitario. “Così presto?”, sbuffò l’ombra sul trespolo. Se ne infischiò. Andò a lunghi balzi alla porta, afferrò la maniglia e si irrigidì in un pensiero: dimenticato le ciabatte! E solo allora, in quel fatale istante, Decio Soprani si scoprì un vil mortale.
Il telefono era in studio in fondo a un corridoio. Che consumò a piedi scalzi, a guisa di papero nell’ombra del mattino, più volte rischiando ruzzoloni e più riacquistando erezione. Stava per planare, con lo schedario e tutto il resto, quando uncinò un pomo. Dischiuse: o mio diletto! Davanti luccicava il pavimento, un trionfo in maiolica di ricami aurei in campo azzurro. Per evitarne ingiuria si levò sulle punte e zompettò leggero.
Ma il ballo fu insidioso, lo scrittoio Luigi Filippo era dall’altra parte del salone. Spiccò un salto, poi un altro, e un altro ancora, fin che artigliò il bordo della scrivania. E fu allora, nel ribadire la presa, che sentì il cuore: un muscolo come tanti che pulsava. Lo ammutolì sdegnato (“Decio Soprani non conosce insulti!”) e levò la cornetta. Compose, stette e si guardò a una specchiera. Che riflesse un lugubre demonio, aria truce di pugile suonato e accappatoio senza annodatura. Poi i capelli. Rivoli scuri ne chiarivano l’inganno, solcavano il volto tumefacendone gli occhi, e da qui gocciolavano sui capezzoli flosci. Più in basso lumeggiavano le fette: turgide, paonazze, dei peperoni.
Attimi frementi, riapparvero due figure. Che scacciò come a dire ‘via o vi strozzo!’. Riemergeva il demonio quando accusò ricezione. Attaccò subito, senza presentarsi.
“Ascoltami bene, imbecille. Noooo! per favore, inutile che interrompi. Tu ora corri al camposanto, parli con l’addetto e gli dici di allestire il loculo per mia moglie. Va bene? è chiaro? Sono stato onesto?”.
“Ma chi è?”, si sentì rispondere in dialetto
“Come, chi è?, sono il professore!”, scattò Decio Soprani. “E oggi è l’anniversario di mia moglie Marina, animale!”
“Professò! Siete voi? Scusate assai. A quest’ora mi fischiano le recchie”.
Dall’altro verso, silenzio di sepolcro.
“La povera donna Mara!”, proseguì l’altro, “eggià, l’anniversario”.
Al solo udire Decio Soprani avvelenò le furie.
“Eggià, l’anniversario – gli fece il verso- Madonna, cosa non ci farei a stu beduino!”
Passò mano alla fronte, che sentì umidiccia. Qui realizzò l’immagine di prima. Quel cornuto di barbiere si era sbagliato con la tintura.
Ripigliò con foga:
“Dunque, ascoltami bene …” .
“E io che ho fatto, non vi ho ascoltato?”
“Ci senti! allora volevi sfottere! guarda, Gigiò, questa non è giornata. Statti accorto”.
“P’ammore e ddio, oscellenza, voi che dite? io veramente ce li ho i sordiglii, mai mi permettessi”.
“No, tu ti permetti, tu osi eccome, sei un viscido cretino, ti conosco”. Si riguardò allo specchio. ‘Sei un animale, un viscido demonio’, alitò l’ombra di Marina. Che soppresse bisbigliando un ave Maria.
“Pron-tooo– si intromise Gigione- tutt’apposto?”
“Chi, io? Eccerto! ma tu vedi un poco, anche preso in giro da un beduino, ma che dico, un idropéne, un idropene saturo, ecco chi sei!”
“Uno con le pene? ma che andate dicendo ? Io non vi capisco”
“Vado dicendo che sei un cazzo pieno d’acqua, egregio beduino, un idropène saturo con le orecchie otturate. Hai inteso adesso? sono stato chiaro? Sono stato onesto?”.
“Come no, chiarissimo”
“Ma quale chiaro e chiaro! Quando mai capisci! cafone eri e fesso rimani”, strillò Soprani, “ma lasciamo stare e torniamo a noi. Dunque, tu adesso vai da Canzanella… lo conosci Canzanella?”
“Chi, lo schiattamuorto?”
“Certo, il necroforo, come si dice? Il becchino”.
“E io che ho detto? Lo schiattamorto. Ma perdonate ancora, perché dovrei andarci ?
“Perchèèè?”
Il cappio alla gola scatenò un turbine di eventi. Due donne si agitarono allo specchio, un tanfo di morto soffiò dal baldacchino, e l’accappatoio scoprì l’oggetto delle pene. Alla cui vista ravvisò i segni di un complotto.
“Perché oggi è il giorno dell’esumazione !!”, sbraitò, il cuore che pompava sangue a litri, non capì se a causa del fallo di memoria, di quello riflesso e oggetto degli strazi o per via delle donne che lo insultavano via talamo e specchiera.
“Già, l’esumazione”, convenne Caiazzo. “E dovrei andarci ora, da Canzanella?”.
“Ora, subito, adesso”, lo investì Soprani. “Dobbiamo sistemare tutto per domani!”
“Ma professore, sono appena le sei. Starà ancora dormendo. Cosa gli dico, alzati e cammina?”
Accoglienza zero.
“Lo sapete bene”, implorò Gigione Caiazzo, “per tale lavoro ci vogliono tre addetti, come li trova oggi stesso? Vi sarà sfuggito, per carità, gli impegni …ma qui, don Decio mio, ci vuole una settimana di preavviso. Ve ne siete scordato?”.
Sì, se ne era dimenticato, punto e a capo, una strisciata sulla necrosi del fallo. Soprani ne avvertì tutto il bruciore. “Sei vecchio, fatti una cura”, si accanì lo specchio. Lo pena assunse i toni della tragedia.
“Io scordato di mia moglie?”, sbraitò ancora, le vene del collo come tralci, “ per chi mi hai preso, per un rincoglionito? basta, Gigiò, la misura è piena, sono stufo. Non le sopporto più le tue menzogne, le furbizie, le insubordinazioni, tu meriti una punizione. E sai che faccio? Domani vengo in paese e ti denuncio. Va bene? è chiaro? sono stato onesto? ”
A Gigione salì il sangue al naso.
“Non ho capito, voi denunciate a me? Dopo tutto quello cheee…dopo tutte le schifezze che voi ….? ”.
“Dopo tutto, sì! dopo tutto quello che fai tu ”
“Iiiio? No professò, guardate, questo è troppo, io!….io ci vado dai carabinieri ! Altro che voi”
“ Ma addò vai, idropène! ti sei visto quanto sei brutto e cafone? secondo te i carabinieri credono a te contro la parola mia? Gigiò, guarda che ti dico, se non sistemi il loculo io ti rovino”.
Delinquente! Gigione Caiazzo, l’ultimo, il più fede107le e sottomesso di una genìa di coloni dei Soprani, raspò la barba, corrugò la fronte e rivisse.
Ora io non dico che il Professore sia un cattivo padrone. Sui conti del raccolto, per esempio, gli dava carta bianca. E a essere sinceri, sulle creste che gli faceva non aveva mai trovato da ridire. Però nella vita c’è sempre un ma. Per dirne una, chi si prendeva cura dei frutteti? E chi aggiustava le strade dentro i boschi? E chi s’era scomodato, avanti, chi c’era andato dai carabinieri a dire bugie sulla schifezza? Il Professore? Hai voglia! quei bidoni arrivavano pure la notte, col furgone dove c’era scritto ‘Villa Ginestra’, la clinica di Soprani. E chi andava a scaricarli nella selva degli ontani? Lui, Gigione Caiazzo! Ma questo è niente. Se l’era fatta addosso, sopra ai carabinieri: “Brigadiere mio! uno come voi che va appresso alle fessarie? È letame, caro maresciallo, concime animalo, ve lo giuro sopra ai figli, viene dalle stalle di don Soprani. Li conoscete i Soprani? Eeeh, gran signori, su loro mai niente da dire. E voi sapete che ci faccio? Scarico tutto nella proprietà che tengono a San Liborio, e così gli concimo le piante”.
Si, e’ piante e’ chi t’è muort! Se le ricordava le parole del professore, a fronte di tante sue esitazioni. Di che si trattava, in fondo? – gli aveva detto - quattro scarti di vacca, due pellecchie. Una bugia innocente, nient’altro, mica si trattava di veleno? Che lui sapesse - l’esimio professore- quattr’ossa e un po’ di corna non hanno mai fatto male a nessuno.
Sull’intera faccenda Caiazzo nutriva seri dubbi. Primo perché le corna ce l’aveva il professore: tante vacche da macellare non gli risultavano. E poi perché lui sputava l’anima di chi t’è stravivo quando svuotava quei fusti. Non era roba di scarto, nossignori! Una poltiglia rossa, un grumo di sangue e pustole che puzzava di morto. Morto, dico bene! Una volta pure gli occhi aveva visto. “La devi smettere col vino, che poi vedi i monacielli”, s’era sentito dire dalla moglie. Io bevo quanto mi pare e piace, e se non la finisci ti abboffo di mazzate Erano occhi cristiani, quelli, altro che vacca! ne capiva lui di bestie.

Due occhi infernali lo fissarono cattivi, appartenevano al Professore. Li esorcizzò con una supplica:
“Professò, abbiate pazienza ancora, noi Caiazzo vi serviamo da sempre, stiamo a disposizione. Ma mettevi pure nei miei panni. Io Canzanella lo conosco, tiene la capa tosta, sui morti non fa sconti a nessuno”.
Gli occhi ebbero uno scarto, divennero orbite di embrione. Li accecò con l’acido della ragione.
“Ma pure ammesso, oscellenza, mi dite che differenza passa tra oggi o una settimana? La legge parla chiaro. La cosa va fatta almeno un anno dopo - gli occhi divennero fessure - anzi, più il corpo resta in terra e meglio viene la pulizia”.
Gli occhi schizzarono dalle casse, s’era dannato senza nemmeno i denari. Il Professore scandì: “E io dovrei sopportare che mia moglie stia sotto terra un giorno più del necessario? io dovrei subire per la mia Marina l’onta dei vermi perché il signor Caiazzo non vuole andare dal becchino? - pausa, bastevole a imprimere la svolta - domani vado dai carabinieri e ti denuncio. Gli dico che hai trasformato i miei boschi in una discarica della camorra. Va bene?”.
“Basta , don Decio, va bene, mi precipito ”.
“E poi mi telefoni, in ufficio…”
“Domani?”
“Oggi pomeriggio. Domani mattina deve essere tutto pronto”.
“Farò il possibile”.
“Devi”, intimò il demonio. E riattaccò.
“La pulizia!”. Sfregò le mani sulle guance, stirandole sul pellame. “Neanche si trattasse di un prosciutto!”. L’occhio grigiastro accecò quell’ira: “Tu non sai, tu non immagini nemmeno quanto ti detesti”.
Invano. Era già ad una porta finestra. Divaricate le ante sbirciò dalla persiana. Lontano, fra due palazzi umbertini, c’era un giardino tropicale. Salici e palme si ubriacavano di brezza. Siepi ruffiane ospitavano cacce. Un ardito sileno, curvo nel gesto di ghermire, si dimenava all’atto della presa. Sul bordo di un’aiuola un pugno d’ossa prese ad animarsi. Le ossa incarnarono, appena un velo, diedero consistenza a una figura. Riconobbe Marina.
“Tu non sei un animale, tu sei stupido e basta”, gli aveva rinfacciato.
C’era rimasto. “Cosa c’entra con noi due?”
Lei aveva scosso la testa, le spalle nude e la spina nitida sotto traccia:
“Possibile non te ne sia mai accorto?”
“No. E visto che sei perspicace, dimmelo tu: sono stupido io”
Gli aveva offerto uno sguardo al vetriolo. ‘Non lo sai. Non immagini nemmeno quanto mi disgusti’.
“Possibile non ti sia entrato in testa?”, aveva nascosto il viso nelle mani, “che almeno una volta, una!, non ti sia venuto il dubbio? avremmo potuto essere felici, Decio, come nostro diritto! E ce lo siamo impedito, come fessi. Fatti tuoi, io ci ho provato”.
Uuuh madonna mia, quant’è scocciante! Ma mi spiegate cosa, quale astrale segreto ci sia? Lui aveva eseguito come prescritto dalle regole di famiglia: ‘Fredda, elegante, attenta alle forme ’.
“Frigida!”, ringhiò alla persiana.
Frigida, ma pur sempre all’altezza. Con accorto dosaggio si era prima sgravata di Gaia, e dopo cinque anni di Livia, risparmiandogli noie educative. ‘Le femmine devono crescere con le madri!’, gli era stato inculcato. “Che ai maschi ci pensa il padre”, sospirò a fauni e palmizi. “Se li avessi almeno avuti”

Nessuno saprà se tali furono i suoi pensieri quel mattino. Né se davvero li ebbe. Di certo volle sottilizzare, preso com’era dal rito mortuario. Forse la smania fu un semplice pretesto, un inganno per scansare il bilancio, oppure un marchingegno dilatorio. Una cosa è chiara: l’avrebbe affrontato il rendiconto, Decio Soprani non temeva. Ma non quel giorno, il santo anniversario della dipartita di Marina.

Carlo Capone


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