IL MIO DANTE


IL MIO DANTE

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Dinanzi alla tomba di Dante in Ravenna piacerebbe immaginarne le reali sembianze. Uso il condizionale perché un sicuro riscontro non c’è, se si eccettua il dipinto di Giotto e specialmente il ritratto eseguito da Sandro Botticelli, dal quale si recepisce l’idea di un animo severo, si spera affrancato dalle passioni, anche se non sarei così tanto sicuro. Perché l’effigie filtra il profilo di un uomo imbronciato, indisponibile, suppongo, alle mezze misure. O Firenze l’avrebbe accolto con i dovuti rispetti oppure arrivederci con rancore.
D’altra parte cosa aspettarsi se non l’odio per chi lo aveva tradito, gli distrusse la casa, disperse la famiglia e lo condannò a una vita da esule? Non era nel suo stile chinare la testa, non era roba per uno come Dante, o almeno non è nel carattere del ‘mio’ Dante, che mi piace immaginare così.

Dopo la condanna a morte in contumacia vagò in Casentino, tessendo trame contro ‘Fiorenza’ con altri ‘banditi’. Ma erano litigiosi, si dispersero, molti mendicarono il perdono. Che Firenze degnò, purché pagassero il dazio del pubblico scorno per le vie della città. Figuriamoci se Dante.
Il suo primo rifugio fu in Lunigiana, presso signori rustici e generosi, prima che il Gran Cane della Scala lo ospitasse alla corte di Verona. Da lui fu ricevuto con i dovuti riguardi, a lui lesse i suoi canti più belli, a lui dedicò la Commedia, ma con lui provò la più cocente delle delusioni.
C’era da assegnare la cattedra di Letteratura allo Studio di Verona, ma il Gran Cane gli preferì un oscuro cortigiano. Non lo amava, il Della Scala, per via del suo e del di lui carattere. Dante chinò il capo, un gesto dell’animo divenutogli abituale, e lasciò Verona.

Non sappiamo né quando né dove riprese a girare. Di Firenze recava il ricordo, dolce come il volto della madre ben presto perduta, ma più forte, pertinace, lacerante, dovette risultargli l'odio per l'ingiustizia patita, senza spazi per un ripensamento. Un dubbio dovette nutrirlo ma lo esplicitò per interposta persona, quando nell’Inferno degli eretici fa dire a Farinata, cacciato anche lui da Firenze perché ghibellino:
la tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
alla quale 'forse' fui troppo molesto


Farinata degli Uberti nutre per Firenze la stessa ambivalenza del Nostro. Farinata è un animo fiero, ha in sprezzo ‘l’onferno intero’, non ne teme il supplizio, Farinata è senz’altro Dante. Ce ne accorgiamo da quanta malinconia c’è in quel 'forse' (*). Che io sappia è l'unica concessione di Dante ai suoi sbagli (ne aveva commessi, come non avrebbe potuto essendo uomo retto ma sanguigno e di parte?). Dunque, seguiamolo nelle peregrinazioni, nei tormenti, i rancori, leniti solo dalla cura dei versi.
Siamo nel 1313, ha quarantotto anni, il Poema è a buon punto. L’odio va stemperandosi nelle brume padane, lungo fiumi impetuosi, per fangosi tratturi, in estati roventi. Ormai è famoso - sissignori, lo era già in vita, la gente l’additava col rispetto dovuto all’ingegno ma anche con il timore per il risaputo negromante: "dicono che parli ai morti, conosce la strada per l'Inferno!, guarda che barba nericcia" – ed anche i Signori lo tengono in conto. Ma del suo dramma, le ansie, i rimpianti, nessuno che si curi. D’altronde non è tipo da esternare, né i tempi consentono debolezze.
Ai margini della pianura, alla foce del grande fiume, tra acque e canneti silenti, riposa una città tombale, fissa nel tempo per via di mausolei, chiese e conventi. Ne è padrone un avventuriero, emerso dopo sangue e congiure per la sua conquista. Guido Novello da Polenta è signore di una corte di provincia, lontana dalla storia come dal mare che si è ritratto.
Nessuno saprà cosa accadde fra i due, saremmo disposti a pagare per leggere un resoconto delle prime conversazioni. Certamente Guido dovette trovare le giuste espressioni, nelle quali Dante intuì l’approdo a una pace interiore. Il resto lo fece Ravenna: con i silenzi, le nebbie, le acque dal sottosuolo, congeniali ai suoi umori profondi.

(continua... )

Carlo Capone



La regale marginalità (Fusta Editore) - copertinaPubblicato nel volume "LA REGALE MARGINALITA'"
(Fusta Editore, 2019)
Venti voci, venti luoghi, venti reportage
Autori: Alessandro Agostinelli, Marco Ansaldo, Mario Capello, Carlo Capone, Paolo Ciampi, Riccardo De Gennaro, Paolo Di Paolo, Guido Festinese, Laura Guglielmi, Mauro Francesco Minervino, Claudio Morandini, Massimo Novelli, Giuseppe Panella, Thomas Piegeler, Monique Pistolato, Giacomo Revelli, Zena Roncada , Sophia van der Speck, Alessandro Zaccuri, Stefano Zangrando
Pagine: 304
ISBN: 978-88-98657-88-9

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