VIGILIA - Racconto di Carlo Capone


VIGILIA - Racconto di Carlo Capone

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La Monguzzi, di nuovo lei. E’ venuta ancora a lamentarsi. Capitò già il mese scorso ma si trattava di due sconosciuti. Li seguii attraverso lo spioncino mentre bussavano alle altre porte. Visto che nessuno apriva allargarono le braccia, sconsolati. Uno di essi consultò un taccuino, poi, dopo un’alzata di spalle, fece un cenno al secondo e sparirono in ascensore.
Stamattina non ho dovuto sbirciare. Per la signora Monguzzi il campanello è un tocco decorativo. “Altobelliii! signora Altobelli!”, non smetteva di sbraitare, con quella voce rauca di baldracca in disarmo. Ho guardato Germano. Aveva un’espressione esausta e gli tremava il labbro. “Apri”, ha sussurrato, “è quella stupida del piano di sotto”.
“Signora Altobelli”, me la sono vista davanti appena ho aperto, “ci risiamo!”

La signora Monguzzi è una donnetta tutta nervi. Ha i capelli tinti raccolti alla nuca, e due occhi strabici– il glaucoma, mi confidò appena ci conoscemmo- che non lasciano capire se lo fa per timidezza o, come suppongo, perché sfuggente di suo. Malgrado i settant’anni veste fuseaux attillati e camicette trasparenti. Un misto di libido repressa e laida civetteria, come dice Germano. Il quale, a differenza di me e Mario, non nutre sospetti.
“Di nuovo il bagno?”, ho chiesto. E mi sono voltata per istinto. Avevo l’impressione che cercasse qualcosa alle mie spalle.
“Il bagno?”, ha portato i pugni ai fianchi, “il corridoio, vorrà dire”. A dire il vero non ricordavo il punto della perdita. I due appartamenti non sono sovrapponibili e il nostro bagno non coincide col suo.
“ C’è un macchia così sul soffitto”, si è messa a strillare, “ e io sono stufa di aspettare, stufa!”. Aveva gli occhi fuori dalle orbite. Veramente, non è un modo di dire. Sarà stato il glaucoma.
“Aspetti”, le ho intimato. E con mia sorpresa è ammutolita di colpo. Per un attimo ci siamo incontrate con lo sguardo. Era a bocca aperta e mi fissava stupita, scuotendo appena appena il viso. Io, intanto, cominciavo a intuire. A volte serro i denti e dischiudo le labbra, una smorfia che incute timore. Non lo faccio apposta, mi viene spontaneo, specie nei momenti di tensione.
“Aspetti”, ho ripetuto con un sorriso forzato, stringendole il polso con due dita.
“Prego”, è ammutolita.
“Appunto. Stavo dicendo che è questione di poco. L’idraulico verrà tra due giorni ”. Due giorni un corno. Mi ero dimenticata di lei e del cesso.
“E come faccio? Ho già due bacinelle per terra”, ha risposto, dopo aver guardato in obliquo.
“Le bacinelle?”
“Essì, eh!”, ha ripreso coraggio.
La signora Monguzzi non è di Roma. Quando dice ‘essì, eh!’,- con la ‘e’ aperta, lombarda- mi ricorda certe risposte di Mario. Gelide, con gli occhi taglienti, levati di scatto dopo un lungo silenzio, durante il quale li ha tenuti fissi sul pavimento.
“ Stia tranquilla, lo richiamerò ”, ho detto sbrigativamente. E ho sbattuto la porta.
Quando sono tornata c’era proprio Mario in soggiorno, seduto in poltrona.
“Cazzo vuole?”, mi ha chiesto. Gliel’ho spiegato e ho riferito dei miei sospetti. Mentre parlavo ha esibito il solito ghigno. Enigmatico, per certi versi beffardo, un espediente per camuffare la rabbia.
Non lo sopporto quando fa così, sospetto sempre voglia intendere ‘siete dei poveracci, di razza inferiore’. Allora mi sono chinata, a un palmo dai suoi baffi, e ho aggiunto: “ E’ una rompiballe, avverti Firenze”.
Come capita quando nomino Firenze, o Rapallo, o lo sa dio il cazzo del posto dove va ogni settimana, ha cambiato discorso.
“Come sta il nonno?” .
“Stitico, non c’era niente nella pala. Ma non mi hai risposto”. Se ne sbatte, ha proseguito come se non ci fossi:
“Mi riferivo all’umore”.
“Il solito”, ho sospirato, “non sai mai che gli frulla. Sereno, comunque ”.
“Ha chiesto altri fogli?”
Basta, ho perso le staffe. “ Non lo so, non mi interessa, chiedi al tuo amico. Siete tu e lui a parlarci!”.
Ha stretto le palpebre, sembrava sorpreso, quasi ignorasse che ho anch’io i miei scatti. “Sei a posto Barbara?”, è ricomparso quel riso maligno.
“Ci sto, ci sto con la testa”, ho abbassato il tono, dando un’occhiata al muro di fianco. “Possibile che pensi sempre alle lettere? Come se non ci fosse altra soluzione?”
“Perché, secondo te ce n’è un’altra?”
Mi sono seduta di fronte, sullo sgabello che diamo al nonno quando chiede carta e penna. Accesa una sigaretta mi sono allungata verso lui: “Chiudiamola qui. L’obiettivo principale è raggiunto. Non ha senso, lo capisci? abbiamo solo da perdere se andiamo fino in fondo ”
“Me ne dai una?”, ha invece risposto, alludendo alla mia Marlboro.
“Ficcatela in quel posto!”, sono esplosa. E gli ho tirato il pacchetto. Non volevo, lo giuro, non volevo colpirlo. A dispetto delle apparenze lui è per me un’entità astrale, qualcosa che non si sfiora nemmeno con un dito.
Si è proteso in avanti e l’ha raccolto. Mentre sfregava il minerva mi è parso storcesse il muso. E non era un tic involontario.
“Allora, questa signora?” , ha chiesto alzando lentamente il viso.
“La Monguzzi?”
“Più o meno”.
Non dice mai sì, non ti dà mai ragione. Quando è messo alle strette concede a stento un ‘più o meno’.
“Te l’ho detto”, ho risposto, “non mi piace. C’è il rischio che lo chiami lei l’idraulico, se non interveniamo”.
“Non possiamo, lo sai”
“Certo che lo so. Perciò ne sto parlando”.
Ha annuito, sovrappensiero, senza guardarmi negli occhi. “Domani”, ha sollevato i suoi di scatto, “lo facciamo domani. Di mattina presto”.
“Domani?”, li ho catturati al volo. Erano diversi. Non più taglienti, ma lucidi, liquorosi, febbricitanti. “Ma… il papa…”, ho balbettato. Avevo paura, una paura di bambina: che scambiasse il mio sgomento per codardia.
“Fa parte della sceneggiata”, ha risposto dopo un ultimo tiro, con cui ha carbonizzato metà filtro. “Come i socialisti, del resto”, ci ha sputato sopra. E si è alzato per andare al cesso.
“Valerio e Adriana?”, ho cercato di trattenerlo, “nemmeno un parere?”
Si è arrestato, di colpo, storcendo in modo orribile i tendini del collo.
“Cagoia”, mi ha fulminato di traverso. Ed ha guardato la mitraglietta sullo scrittoio.
Io non so, fatico a immaginare, che cosa sentirò in quei momenti. Per adesso non riesco a dormire. Un’ora fa ho avvertito la presenza di Germano. Si è sdraiato di fianco e ha preteso che lo facessimo. E come tante, troppe volte non ho provato niente. Mentre spingeva pensavo ad altro, ripassavo la scena di domani. Sarà Gallinari a dargli la notizia. Ma non parlerà di esecuzione, su questo non ho sentito ragioni. Gli dirà che traslochiamo per motivi di sicurezza, come del resto è già accaduto l’altra volta. Io aspetterò in soggiorno, dove arriverà con le sue gambe. Già mi sembra di vederlo, mentre accenna il consueto sorriso, lieve, sofferto, lo stesso che mi concede quando gli porto da mangiare. E come sempre capirà, ne sono certa, che sotto quella calza e il soprabito ci sono un viso e un corpo di donna. Ci penseranno Mario e Prospero a trasportare la cesta giù nel box. Poi gli diranno di sdraiarsi e lo copriranno con un telo.
“Sarai la terza a sparare”, mi ha ordinato Moretti. E in quel momento, ma solo allora, ho avvertito un tremito fra le cosce.


Carlo Capone © Aprile 2001







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