EDITORIALE : ERMENEUTICA CRIMINALE


EDITORIALE : ERMENEUTICA CRIMINALE

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Giancarlo SianiGiancarlo Siani faceva il giornalista 'a tempo' al Mattino di Napoli. Gli era cioè accordata frequentazione redazionale, un cantuccio itinerante dove scrivere i pezzi e un'area, quella dei comuni vesuviani, da cui attingere notizie. Fine. La pianta stabile era un miraggio tra le dune di un deserto.
Testardo, acuto, innamorato del suo lavoro, recava però i segni di una lebbra: il talento in assenza di appoggi adatti. Una miscela caina che nel Settembre 85 gli procurò tre colpi in faccia ad opera della kamorra.
Ma perchè è morto, Giancarlo Siani, e cosa c'entra un sogno difficile da compiersi, nello specifico l'assunzione a un giornale, con la sua fine?
Sul piano giuridico niente, le carte, come da italico costume, erano a posto. Ma è il clima, l'atmosfera di distacco, la latitanza di chi gli soffiasse, non dico il mestiere ma i fondamenti di un certo tipo di ermeneutica, ad averne indirizzato la sorte. Senza, si badi bene, che ciò costituisca colpa del Mattino.
L'ermeneutica, dunque, cos'è questa parola arcana? per giunta riferita a uno scritto giornalistico? è l'interpretazione di un testo, il non detto, il messaggio criptico cui a volte ricorre un cronista. Capita cioè che l'articolista eserciti una mediazione, quanto inconsapevole non è dato sapere, specie se la notizia attenga a fatti di Kamorra, e perciò rivesta di cauti panni il significato vero di quanto gli si affida.
Siani quell'arte è possibile la conoscesse ma il suo istinto, lo sprezzo per il compromesso, la convinzione che il giornalismo di denuncia fosse un'arma virale per la kamorra, e in più l'ansia di dimostrare, tipica di chi nulla ha se non il personale talento, fu tutto questo a torcere un pollice criminale verso il basso.
Siamo a metà degli 80, la geografia della kamorra in Campania ha subito un suo tsunami. Il clan Nuvoletta, anche grazie all'aiuto del boss Gionta di Torre Annunziata, ha sconfitto Raffaele Cutolo. Gionta, astro emergente da quel mare nero, approfitta dell'autorevole padrinaggio dei Nuvoletta per estendere i suoi traffici, cosa che infastidisce un secondo potente della zona, Bardellino, al punto che lo stesso Nuvoletta viene messo alle strette: o loro, i Bardellino, o Valentino Gionta. Lorenzo Nuvoletta ha da poco ottenuto la benedizione di Totò Riina, tutto desidera eccetto una nuova guerra di mafia. Sono in arrivo gli appalti miliardari per la ricostruzione in Irpinia e i clan ne attendono i cascami. Compie perciò la più infame delle colpe, stando al codice di onore kamorrista, fa arrestare Gionta, latitante nei suoi territori, grazie a una soffiata ai carabinieri. Tutto questo, e quanto segue, è stato ampiamente accertato da due gradi di Giudizio culminati, in seguito alle confessioni di pentiti a molti anni da fatti, in una serie di ergastoli, a loro volta confermati da definitiva sentenza di Cassazione del 98.
Giancarlo SianiMa che c'entra allora l'ermeneutica in tutto questo? è il nocciolo, purtroppo, il sole malato intorno cui ruota la vicenda. Grazie alle confidenze di un capitano dei Carabinieri il 10 giugno dell'85 Siani scrive sul giornale che l'arresto di Gionta è opera di Nuvoletta il quale, perciò, viene pubblicamente additato come traditore. Un giornale non lo legge solo la gente comune, un quotidiano è letto anche dai criminali, che anzi vi cercano quei non detti, le rivelazioni in filigrana, i latenti intesi, per capire come si muovono le acque. E quell'articolo non è un pezzo come altri, quelle righe sono uno sputtanamento che qualcuno ha voluto evidenziare sfruttando l'amplificatore di un giornale e, concomitanza fatale, le aspirazioni di un giovane precario. E allora. Proteste dei feudatari di Torre Annunziata, ira funesta del diretto interessato, che interpreta lo scritto come ferita all'eticismo criminale, gran Consiglio in Sicilia, e decisione: quel giovane giornalista, per giunta precario, va eliminato.
Dunque, Siani è morto per non aver saputo fare un certo tipo di mestiere. Nella torbida Napoli di quegli anni il maggior quotidiano del Mezzogiorno viene tirato per la giacchetta, a volte usato come transfer inconsapevole di messaggi o ripicche tra le parti in lotta. Io ti rivelo i retroscena e tu li vesti coi panni dell'ammicco, affinchè chi deve intendere capisca. A totale discolpa del giornale va detto che un omicidio per violazione di etica criminale non si era mai visto, per anni infatti la Magistratura vagò nel buio più assoluto cavandone il classico aracnide. Poi nei 90, causa lo sgretolamento del vecchio edificio kamorrista, le dichiarazioni di pentiti, con chiamate in correo suffragate da riscontri oggettivi, hanno permesso di appurare che le cose andarono effettivamente in quel modo.
No, Siani non fu ucciso solo per violazione di un codice, Giancarlo fu asfissiato anche dal clima che caratterizzava il giornale, e la città intera, quella tarda estate dell'85. Per un anno aveva martellato con le sue inchieste sui traffici di Gionta, nell'area vesuviana ormai era conosciuto. Girava, batteva la zona, Giancarlo Siani, spesso implacabile sulla notizia, scaltro nel farsi amici quanti si ponessero come informatori, instancabile nella sua opera di denuncia. Questo deve fare un buon cronista, ovvio, e invero il Mattino nulla frappose alla sua azione, ci mancherebbe. Forse però lo lasciò solo,forse, chi sa, non capì di dover proteggere quell'abusivo -secondo la splendida definizione che ne da nel suo libro inchiesta Antonio Franchini- con una chiara, precisa dichiarazione di appartenenza: quella maledetta assunzione, appunto. Un cane semisciolto, che come un cane ha terminato i suoi giorni, andava comunque allevato da un padrone esperto, che gli facesse intuire le insidie, e i rimedi per combatterle, in cui viene a trovarsi un cronista di nera napoletano. Ma lui niente, non se ne fece mai un assillo, di quella separatezza. Pensava al suo talento, Giancarlo Siani, in un Paese che i talenti li nasconde nel materasso e se li conta prima di andare a letto.




Carlo Capone





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